Oli usati, eccellenza italiana

Oli usati, eccellenza italiana
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Venerdì 7 Novembre 2014, 05:48

L'ANNIVERSARIO
Coou, realtà poco conosciuta. E la sua attività, raccolta e rigenerazione degli oli lubrificanti esausti per reimmetterli nella filiera produttiva, non sembra la più adatta a stimolare la fantasia. Eppure il Consorzio obbligatorio degli oli usati è un'autentica eccellenza italiana, forte di una leadership incontrastata tra i grandi Paesi europei certificata da numeri davvero significativi: in Italia, infatti, l'88% degli oli usati viene avviato a rigenerazione. Una percentuale largamente superiore a quella dei principali partner comunitari, visto che la Spagna segue con il 68%, la Germania si ferma al 50%, la Francia al 40% e il Regno Unito chiude la fila con un modesto 14%.
Detto così, potrebbe sembrare solo un tentativo di entrare nel Guinness dei primati. In realtà, è un risultato che non testimonia solo dell'efficienza dell'industria italiana di questa tipologia di riciclo, ma sono anche espressione di un settore capace di dare un contributo rilevante al sistema Paese sotto l'aspetto economico (importante in momenti come questo) e ambientale nell'era della nascente Green Economy, di cui il Coou è un'espressione tutt'altro che secondaria.
Proprio l'affermazione del ruolo strategico dell'economia legata all'ambiente ha determinato, all'inizio del terzo millennio, il salto di qualità di questa istituzione che festeggia il trentesimo compleanno e che dalla nascita ha regalato al Paese risparmi importanti: 6,4 milioni di tonnellate di materie prime vergini acquistate in meno, riduzione delle emissioni di gas serra pari a 1,1 milioni di tonnellate e 2,3 miliardi di m3 di acqua risparmiati. Nel solo 2013 la rigenerazione degli oli esausti ha consentito di importare 90 milioni di euro di greggio in meno.
Oggi la valenza istituzionale del Consorzio, alla cui presidenza è stato confermato l'anno scorso Paolo Tomasi unitamente al vice Claudio Zacchigna, trova riscontro nel Consiglio d'Amministrazione dove accanto ai rappresentanti dei big dell'industria petrolifera siedono i componenti nominati dai quattro ministeri a vario titolo interessati alle attività del Coou (Ambiente, Salute, Economia tramite la Direzione Dogane, Sviluppo economico).
La leadership a livello continentale non è però considerata un traguardo, ma un punto di partenza, come ha confermato lo stesso presidente Tomasi il giorno del suo (re)insediamento, sottolineando la necessità di disegnare una strategia nuova, dopo 30 anni di stabilità, e ribadendo la sua fiducia sulla collaborazione di tutti gli attori della filiera «per far sì che il nostro sistema, invidiato e imitato in Europa e nel mondo, possa ancora rappresentare un esempio da seguire».
UNA TRADIZIONE ITALIANA

Del resto, il costante adeguamento ai tempi sembra una caratteristica nella raccolta dell'olio usato, visto che la prima legge che la imponeva risale al 1940. A dare consistenza e diffusione al fenomeno non furono però le norme, ma l'italianissima arte di arrangiarsi, affinata dalle drammatiche vicissitudini della guerra.
La rigenerazione dell'olio con metodi casalinghi spesso opinabili divenne il presupposto per prolungare la vita dei preziosi e rari veicoli in un contesto - l'incubo dei bombardamenti - che lasciava poco spazio a scrupoli di carattere ecologico. Finisce la guerra, non la tendenza al riciclaggio fai da te: la ricostruzione prima e il boom poi creano opportunità d'oro per i più intraprendenti, e alcuni autogol fiscali favoriscono anche comportamenti illeciti e fraudolenti come il contrabbando o lo “spaccio” di olio usato al posto di quello nuovo, molto meno remunerativo. La musica comincia a cambiare, si fa largo la consapevolezza del rischio ambientale e nel 1970 - quando arriva il primo, famoso divieto di balneazione in acque non pulite decretato dal pretore Sanza - si celebra la prima Giornata mondiale della Terra.
DIRETTIVA EUROPEA

Ma le cattive abitudini sono dure a morire, e l'olio usato avvelena falde acquifere e terreni agricoli (ne bastano 4 kg versati in mare - il quantitativo medio di un'auto normale - per inquinare un'area grande come un campo di calcio).
L'Europa si muove con una direttiva del 1975 che il nostro Bel Paese impiega sette anni a recepire, e altri due per mettere il Consorzio obbligatorio in condizione di operare, non senza difficoltà e problemi progressivamente superati. È l'inizio di una nuova era: «Fu allora - chiosa Franco Venanzi, esponente di una storica dinastia del settore e presidente dell'Associazione nazionale Aziende di raccolta concessionarie - che cominciammo a indossare il frac per andare a raccogliere gli oli usati».
Giampiero Bottino
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