La Turchia: attacco di terra per Kobane

La Turchia: attacco di terra per Kobane
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 8 Ottobre 2014, 05:51

LA GUERRA
Serve un intervento di terra per fermare l'Isis. Lo dice il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che pure ha schierato diecimila soldati e decine di carrarmati già oltre il confine. Pronto ad attaccare ma per ora deciso a non farlo, fino a quando non riceverà - oltre alla garanzia di una fly-zone in Siria - una promessa dagli Stati Uniti: l'impegno per la rimozione del presidente siriano Assad.
Erdogan non ha lasciato illusioni su Kobane, la città siriana e curda vicina al confine turco, dove gli jihadisti sono riusciti a entrare. «È sul punto di cadere - ha detto -. Sono passati mesi senza che alcun risultato sia stato ottenuto». E ha aggiunto: «Il terrorismo non sarà fermato dai raid aerei». Una constatazione che stanno facendo in molti. Da agosto sono state circa duemila le spedizioni aeree, in Siria e Iraq, quasi tutte degli Stati Uniti. E cinque raid della coalizione hanno cercato di fare terra bruciata intorno a Kobane, dove i miliziani, che ora combattono strada per strada, stanno piegando l'ultima coraggiosa resistenza dei peshmerga. I miliziani controllano tre quartieri della città, l'area industriale. L'inviato dell'Onu Staffan De Mistura chiede di agire subito: «Il mondo ha visto con i suoi occhi cosa accade quando una città è conquistata dall'Isis. Kobane è sotto assedio da tre settimane. Ci sono 400 mila abitanti, sono tutti curdi e si difendono con coraggio. Ma hanno armi normali, mentre l'Isis ha carrarmati e mortai».
LA PROTESTA NEL MONDO
Nel mondo la protesta curda scende in piazza, chiedendo che non si resti spettatori del massacro. Manifestazioni ci sono state anche a Roma (Fiumicino) e Milano (piazza del Duomo). Un'ottantina di manifestanti curdi ha fatto irruzione al Parlamento europeo a Bruxelles, forzando una porta girevole. Sono rimasti feriti alcuni addetti alla sicurezza. Manifestazioni si sono tenute in tutta la Turchia, e a sera il bilancio è tragico. Sarebbero 12 i manifestanti morti. «Solo» due, secondo i siti della stampa governativa, sarebbero stati uccisi dalla polizia. Cinque i morti a Diyarbakir, la più popolosa città curda in Turchia.
In Siria la guerra civile ritorna cronaca che ha eco in Occidente, ora che l'Isis ha conquistato un'ampia parte del territorio. È stato rapito un frate francescano, e con lui altri venti cristiani, tra cui ragazze e ragazzi, a Knayeh, cittadina del nord ovest controllata dai miliziani di Al Nusra. Una suora, Patrizia Guarino di Avellino, nonostante i suoi ottant'anni d'età è riuscita a scappare dai sequestratori.
ATTACCHI AL CLORO
Ma ad angosciare la comunità internazionale è un'altra minaccia. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ieri, un rappresentante del Segretario generale Ban Ki-moon ha detto che la Siria ha dichiarato l'esistenza di altri quattro impianti di armi chimiche, che non aveva autodenunciato all'epoca dell'accordo per evitare i bombardamenti degli Stati Uniti.
Quattro impianti che ora si teme possano finire - o che siano già finiti - in mano ai jihadisti. La delegazione russa all'Opac - Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche - sostiene che nel mese scorso l'Isis avrebbe compiuto almeno quattro attacchi con il gas cloro. Un inviato degli Stati Uniti domani sarà in Turchia per concordare una strategia militare. Ma sarà quasi un braccio di ferro con Erdogan che vuole far deporre Assad, da tempo non più visto dalla Casa Bianca come il dittatore da spodestare, perché nemico anch'esso dei miliziani dell'Isis. Che stanno facendo proseliti nella grande area instabile che va dal Medio Oriente al Nord Africa. In Libia, a Derna, a est di Bengasi, pickup armati sono sfilati proclamando la sovranità del Califfato in città. Una minaccia che, nonostante i raid in Siria e Iraq, si riproduce a migliaia di chilometri di distanza.
Fabio Morabito
© RIPRODUZIONE RISERVATA