Zingaretti: «Lista aperta alle Europee e il simbolo del Pd non è un dogma»

Venerdì 11 Gennaio 2019 di Simone Canettieri
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Zingaretti
Appena rientrato in ufficio, dopo l’udienza in Vaticano, Nicola Zingaretti mostra il regalo del Papa, a cui ha già trovato posto su uno scaffale: è una grande medaglia con l’effigie di San Martino, il soldato romano che strappò il suo mantello per offrilo a un mendicante seminudo. Il governatore del Lazio e candidato alla segreteria del Pd ha ancora in mente le parole da poco scambiate con Francesco: «L’ho ringraziato per il richiamo che ha fatto alle responsabilità dei politici per la giornata della pace. Un testo duro ed esortativo».

Anche la Chiesa di Francesco al suo interno è molto divisa nell’approccio ai problemi della società.
«Anche la Chiesa non è immune ai cambiamenti: non c’è più uno scontro tra modelli economi e sociali consolidati, ma sono in discussione le istituzioni che hanno garantito la sicurezza e la pace nel mondo».

E sarà la Chiesa Valdese ad accogliere i migranti sbarcati a Malta. Secondo lei sui migranti ci sono ormai due governi?
«L’odio non risolve i problemi: né quelli dell’accoglienza né quelli di chi non ha lavoro. In questa vicenda, c’è la fotografia plastica dell’impianto culturale della maggioranza che vive tra incertezza e odio. Un pendolo costante».

Ha ragione Conte ad andare allo scontro con Salvini?
«Sulla vicenda dell’accordo, Conte ha fatto bene ad affrontare così questo passaggio, ma è un palliativo. L’Italia è governata da una maggioranza numerica, ma non esiste una maggioranza politica. Manca una prospettiva di sviluppo. Il costo dell’odio, tra rivolta dei sindaci e tassa sulla bontà, fotografa la mancanza di idee. Il governo continua a mettere le pezze, come si dice a Roma».

La Regione Lazio farà ricorso alla Consulta sul decreto sicurezza?
«Stiamo studiando il testo più efficace. Ci muoviamo anche su una terza via. Abbiamo stanziato 1,2 milioni di euro per i Comuni affinché non interrompano i percorsi di integrazione dei migranti e inoltre promuoveremo l’assistenza legale dei soggetti, penso ai sindaci o alle persone, che faranno ricorso. Basta zone grigie».

I suoi discorsi sui migranti sembrano quelli dell’ala ortodossa del M5S. Sarà possibile un dialogo tra il suo Pd e l’ala sinistra dei grillini?
«I grillini sono complici del loro suicidio e soprattutto del momento più buio della vita democratica italiana».

Niente accordi: lo sottoscrive?
«La mia e la nostra missione è quella di parlare con le persone: per chi lo ha votato il M5S è stato una speranza tradita, chi gridava onestà si è ritrovato i condoni».

Dunque Zingaretti non strizza l’occhio ai grillini?
«L’errore è pensare che l’elettorato Lega-M5S sia un monolite».

Se incontrasse Roberto Fico cosa gli direbbe?
«Mai incontrato se non in cerimonie ufficiali. Ma gli direi, da presidente della Camera, di garantire di più le prerogative del parlamento».

Reputa giusto l’intervento del governo su banca Carige?
«La crisi dell’istituto è figlia anche dell’innalzamento dello spread, di sicuro è caduta un’altra arma di propaganda della maggioranza. Gli strumenti sono simili a quelli utilizzati in passato. Quando si dicevano stupidaggini, come le recenti convinzioni di non aver bisogno dell’Europa o di aver abolito la povertà. Adesso tornano nel Paese reale»
.
Ma il Pd ha pagato l’accezione di essere il partito delle banche?
«Questo è stato un motivo che ha costruito il consenso di chi governa, ma nelle ultime 48 ore è tutto saltato».

È a favore della nazionalizzazione delle banche?
«Dopo la vicenda della furia ideologica su Autostrade, occorre cautela sulle bombe mediatiche dei gialloverdi».

Ma è a favore sì o no? 
«Da parte mia non c’è alcuna preclusione a prescindere per la nazionalizzazione, ma bisogna vedere perché e per quali motivi si dovrebbe arrivare a questa scelta. Conoscere i dossier. Sono stanco di commentare i tweet di chi la spara grossa. E intanto non si parla di come far ricrescere il Pil e di come far ripartire il lavoro». 

Si possono fare bene due lavori come il suo: presidente di Regione e, in caso di vittoria, il segretario del Pd? Uno dei due rischia di farlo male.
«Credo che bisognerebbe chiedere a Di Maio e Salvini come fanno a essere leader politici, ministri di dicasteri pesantissimi e vicepremier».

Con Zingaretti-segretario i ruoli con il candidato premier saranno scissi?
«Sì».

Gentiloni presidente del Pd?
«Ho raccolto la disponibilità di Paolo in maniera positiva, poi sarà la nuova assemblea a decidere».

A marzo ci saranno le primarie: a quanti partecipanti punta?
«Sono molto ottimista: i gazebo si riempiranno. In questa situazione così difficile credo che superare 1 milione di persone sia un obiettivo possibile. Ci saranno sorprese: c’è un’Italia insoddisfatta e arrabbiata che vuole ripartire per cambiare, ma con un nuovo gruppo dirigente».

Le europee potrebbero essere la tomba del Pd.
«Dovremo costruire una nuova piattaforma per cambiare l’Europa. Serve una lista forte, unitaria e aperta».

Lista aperta significa che non sarà una lista del Pd?
«Dobbiamo aprirci e allargarci, aggregare forze culturali, economiche e sociali per dare un’idea che c’è un’Europa da rifondare. Loro, i leghisti, vogliono picconare l’Europa noi rifondarla».

Il simbolo del Pd sarà un dogma per la lista delle europee o se ne potrà fare a meno?
«Non è un dogma, ma questo poi lo decideremo. Dobbiamo ripartire dal Pd come promotore di una lista ampia, con il protagonismo degli intellettuali del mondo della ricerca e della scuola, del mondo del lavoro, dei giovani e dell’associazionismo».

Massimo Cacciari potrebbe essere un buon candidato?
«Se volesse perché no?».

Ha lanciato una piattaforma web: pensa di utilizzarla anche da segretario?
«Sì, coinvolgeremo gli iscritti e i militanti per le decisioni importanti».

Una sorte di piattaforma Rousseau in versione dem?
«Ma senza cacciare né espellere nessuno».

Da segretario del Pd non teme il controcanto di Renzi?
«Non dobbiamo reprimere il pluralismo delle idee che c’è in un grande partito. Dobbiamo costruire un partito con un leader e non il partito del leader».

Ha seguito in tv il documentario di Renzi su Firenze?
«No, ero in giro per la campagna elettorale».

Se diventerà segretario dovrà spiegare che governa con pezzi di centrodestra e con la tregua dei grillini.
«Abbiamo fatto un patto d’aula che quando finirà andrà a una verifica politica. Finora i risultati sono ottimi».

La vita della Regione è legata alla legislatura? Se salta quest’ultima si rivota anche nel Lazio?
«Pensiamo al congresso: non è un tema all’ordine del giorno». 

Teme che con il nuovo governo slitti l’uscita del Lazio dal commissariamento della sanità?
«Il tavolo di verifica di dicembre è andato molto bene. A marzo ci sarà l’ultimo passaggio. Mi auguro che non prevalga un giudizio politico: i conti e i livelli di assistenza sono in ordine».

Sui rifiuti di Roma c’è un balletto tra la Regione e il Campidoglio sulla discarica. Si può esporre chiaramente?
«Ora possiamo chiudere il piano rifiuti, la città metropolitana finalmente ha mandato la mappa dei siti idonei. Io credo che a Roma serva una discarica di servizio, ma l’indicazione o meno spetta al Campidoglio». Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio, 13:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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