Vitalizi a rischio per 400 deputati, un piano per salvarli

Lunedì 6 Febbraio 2017 di Diodato Pirone
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ROMA La strada è tracciata: non serve una legge ma una più semplice modifica dei regolamenti delle Camere. Eh già. Perché sia a Montecitorio che a Palazzo Madama hanno cominciato a lavorare sul serio per uscire dal pasticcio dei vitalizi a rischio, in caso di fine prematura della legislatura, per circa 600 (su 945) parlamentari alla prima elezione.
Nulla di ufficiale. Ma il caso è ormai definito: paradossalmente, non si tratta di difendere un privilegio ma di eliminare una penalizzazione che impedisce ai 402 deputati e ai 193 senatori con meno di 4 anni 6 mesi e un giorno di lavoro (che scatteranno il 15 settembre 2017) in Parlamento non solo di avere la pensione a 65 anni ma persino di poter riavere i contributi finora versati inutilmente.

LA RIFORMA DEL 2012
Un pasticcio nato con la riforma entrata in vigore nel 2012 che di fatto abolì i vitalizi futuri e stabilì che anche le pensioni dei parlamentari dovessero essere calcolate con il sistema contributivo (tanto versi tanto ti restituisco) che dal 1996 vale per tutti gli italiani. Poiché però per ottenere una pensione Inps bisogna contare su almeno 20 anni di contributi, si pensò di fissare una soglia minima di 5 anni (o meglio 4 anni, sei mesi e un giorno) di contribuzione anche per i parlamentari.
Un errore? «All’epoca io segnalai che la cosa non funzionava - dice l’onorevole Luisa Gnecchi, una vita come dirigente dell’Inps, e ora fra gli oracoli della previdenza a Montecitorio - Gli eletti dovrebbero essere trattati come gli altri lavoratori e poter sommare i contributi dei vari lavori che compiono nella vita. Ma Camera e Senato sono finanziariamente autonome in quanto organi costituzionali e allora si stabilì di mantenere fondi previdenziali autonomi delle due Camere nei quale versare i contributi dei parlamentari con regole che oggi somigliano ad un autogol».

E che autogol! In media un parlamentare versa per proprio conto ogni mese circa 900 euro di contributi nei fondi di Camera e Senato e questo vuol dire che a marzo ognuno dei circa 600 “neo”-parlamentari avrà accumulato un tesoretto di circa 43.000 euro di contributi pari a 26.000.000 complessivi. Un bel gruzzolo che - se la legislatura dovesse finire prima del 15 settembre - andrebbe letteralmente in fumo. «Non c’è alternativa - spiega la Gnecchi - Servirebbe una legge per consentire ai parlamentari di poter unire questi contributi agli altri che hanno presso l’Inps». Comprensibile che tutti i parlamentari, compresi quelli dei 5Stelle, guardino con poco entusiasmo ad elezioni immediate.
E dunque? Dunque per uscire dall’impasse non c’è che una strada: quella del cavillo regolamentare concordato a livello di presidenza della Camera e del Senato.

L’ESCAMOTAGE
Basta una riga una, da infilare in uno dei commi dei regolamenti delle due Camere, per stabilire che in caso di fine della legislatura potrebbe essere consentito loro di versare per proprio conto i contributi necessari a raggiungere la soglia minima per la pensione. Oggi questa possibilità - garantita a tutti gli altri lavoratori - i politici non ce l’hanno.
L’escamotage - stando ai bene informati - avrebbe il pregio di non costituire l’ennesimo privilegio. In sostanza - sempre se la legislatura dovesse saltare - sarebbe consentito ad ognuno dei 600 parlamentari di pagare in proprio alcune migliaia di euro per assicurasi il diritto di ricevere a 65 anni circa 750 euro al mese.
Il cavillo verrebbe incontro ai parlamentari di ogni colore. Alla Camera i deputati che il 15 settembre maturano il diritto alla pensione sono 209 del Pd, 91 grillini, 41 del Gruppo Misto, 31 di Sinistra e libertà, 15 Civici e Innovatori, 12 di Alleanza Popolare, 12 di Centro democratico, 12 di Forza Italia, 7 di Scelta civica, 5 della Lega e 3 di Fratelli d’Italia.
  Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio, 08:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA