Unioni civili, l'arcivescovo Casale: «Giusto legittimare i legami di chi si ama»

Lunedì 19 Ottobre 2015 di Franca Giansoldati
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CITTÀ DEL VATICANO - «Vorrei che la mia voce arrivasse al Sinodo affinché i Padri Sinodali potessero orientarsi positivamente a proposito dei gay. Una coppia di persone dello stesso sesso unita stabilmente in una relazione, pur non essendo alternativa a una famiglia formata da un uomo e una donna (vorrei che fosse chiaro), è anch'essa espressione di vita». Monsignor Giuseppe Casale dosa le parole collegandole alla Gaudium et Spes e al Vaticano II, argomento sul quale ha dedicato libri e saggi quando guidava una diocesi (ora è in pensione).

Nonostante l'età, l'arcivescovo è lucidissimo. «L'esclusione causa dolore. Ieri sono venuti da me un padre e una madre scossi, turbati. Il figlio 19enne ha confessato loro di essere gay. Quando ho suggerito di accettarlo e aiutarlo a orientarsi a vivere la sua sessualità in modo positivo, ne sono usciti sollevati».

Non mi dica che lei è a favore della legge Cirinnà…

«Come cittadino italiano sono favorevole alla legislazione che si sta per varare».

Ma non è contro i principi cattolici?

«Se noi diciamo che l'omosessualità non è una devianza, che non è una malattia ma un diverso orientamento sessuale, allora dovremmo concludere che forse è ragionevole legittimare civilmente l'unione stabile tra due gay. Il che non vuol dire la parità, riconoscere l'uguaglianza a un matrimonio tra un uomo e una donna. Significa dare legittimità a una unione stabile di due persone che si vogliono bene ed esprimono il desiderio di un progetto di vita».

In quella legge però si introduce pure il concetto di adozione…

«Non è scritto da nessuna parte che solo padri e madri possano educare i figli. Possono educarli anche un cuore materno o paterno. E il cuore ce l'hanno pure i gay. Del resto la cronaca ci insegna che tante famiglie non sono in condizione di educare i figli» .

La sua posizione all'interno dell'episcopato è condivisa?

«Il mio invito ai padri sinodali è che con l'aiuto e la guida dello Spirito Santo possano ricomporre la bellezza di una relazione che può essere anche omosessuale. Davide e Gionata si amavano, la loro era una reale comunione di vita. Riconoscendo valore a queste relazioni si aiuterebbero i gay a uscire dalla logica ghettizzante dell’orgoglio gay e trasformarlo in responsabilità gay».

Ha fatto bene monsignor Charamsa a uscire allo scoperto?

«Ha fatto una cosa negativa. Una specie di bravata. Oltre a tradire il Papa, ha tradito il celibato. Inoltre ne ha approfittato del Sinodo per fare outing. Doppiamente responsabile. La scelta del celibato per un prete è una scelta consapevole e non facile, ma una scelta che porta gioia».

Una forma di benedizione a una coppia gay lei la darebbe?

«Mi limiterei a pregare con loro».

Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 10:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA