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Terremoto 2016, così ripartono le imprese: a 2 anni dal sisma nel centro Italia riavviate il 60% delle aziende

Terremoto 2016, così ripartono le imprese: a 2 anni dal sisma nel centro Italia riavviate il 60% delle aziende
di Italo Carmignani
4 Minuti di Lettura
Domenica 19 Agosto 2018, 01:05 - Ultimo aggiornamento: 18:59

dal nostro inviato
ACCUMOLI La manna, il pane del cielo, esiste davvero. E lassù, dove la terra regala la virtù della natura e misura la vita con la paura delle scosse, il mappamondo gira attorno a una cifra, il 60 per cento. Di cosa? Di imprese che maturano prosciutti, trafilano pasta, coltivano zenzero, esportano formaggi e fanno della gastronomia una virtù e della buona tavola un sano vizio. Imprese piccole, grandi o minuscole rimaste sotto le macerie vere del terremoto e quelle assurde della burocrazia, ora protagoniste della rinascita. A due anni dal sisma, la ripresa economica zoppica più nelle Marche, dove sono 500 le imprese ancora chiuse, mentre il numero scende a 30 in Umbria e risale 40 nel Lazio.

La penalizzazione marchigiana è legata all’estensione del cratere, molto più largo rispetto alle geografie sismiche di Umbria e Lazio, le altre regioni colpite. «Però dobbiamo essere onesti: il terremoto è solo l’ultimo colpo di coda di una situazione che risale a prima di quel fatidico agosto 2016 perché lo spopolamento della montagna era già in atto da anni. La verità è che questa è veramente l’occasione per ripartire». La voce è di Olinto Bianchi, una piccola azienda agricola di formaggi e affini nel cuore degli Appennini. E nonostante le difficoltà del Milleimpicci, il male della burocrazia ricostruttiva, tra le montagne si rimboccano le maniche e apparecchiano a tavola. 

MANCA IL PERSONALE
La gru grigio acciaio che svetta a Ponte Sommati è la prima di Amatrice su un cantiere privato della ricostruzione. Siamo al Caseificio Petrucci, dove il 20 luglio sono iniziati i lavori di adeguamento sismico allo stabilimento che dà lavoro ad una quindicina di addetti. I Petrucci, dopo la scossa del 24 agosto, si sono fermati per due mesi, il tempo di fare interventi urgenti di messa in sicurezza del caseificio, e poi hanno riaperto: il marchio di famiglia tira, il brand Amatrice di più.

Recriminazioni per l’attesa? «Sinceramente no – dice Simone – sapendo come funzionano queste cose credo che due anni per partire con i lavori sia un tempo fisiologico». A Torrita d’Amatrice, nella zona artigianale che si vede dalla Salaria, si fanno notare i grandi pilastri di legno appena issati sul futuro pastificio “Strampelli”. Non è ricostruzione, ma costruzione ex novo, annunciata dall’imprenditore reatino Marzio Leoncini alla vigilia dell’ultima sagra dell’Amatriciana a Rieti e poi, dopo il cataclisma, dirottata su Amatrice. «I lavori sono a buon punto, contiamo di aprire prima di Natale con una prima linea di produzione da 10 quintali di pasta l’ora. Assumeremo quindici persone», dice Leoncini e qui si ferma.

«Certi ragazzi fanno tenerezza: qui per loro non c’è niente, un lavoro può fare la differenza». Leoncini fa avanti e dietro con Amatrice, ma più tempo passa, confessa, e più e peggio: «È una desolazione, quassù veramente c’è passato il mondo ma non cambia niente, e io ogni volta me ne torno a Rieti col mal di cuore». Eppure la Regione ha stanziato a più riprese fondi a pioggia per le micro imprese dei 15 comuni del cratere per un totale di 5 milioni di euro: ne hanno beneficiato oltre 700 tra botteghe, bar, ristoranti, esercizi commerciali. L’inventiva, tra imprenditori, non manca: a gennaio la famiglia Serafini, titolare di una delle profumerie storiche del paese, ha lanciato alla Triennale di Milano il profumo 401 è Amatrice. «Una fragranza che profuma d’amore e di buono – dicono Marina e Roberto – un profumo che vibra sulle frequenze dell’armonia e del coraggio». Tutte cose di cui ad Amatrice c’è un dannato bisogno. 

«VOLERE NON È POTERE»
Non è la forza di ripartire a mancare, ma la velocità di far filtrare gli aiuti alle imprese. L’esempio arriva da Norcia dove rumore dell’orologio si fa sordo di notte, quando scende la sera e la città si svuota. «Non ci sono posti letto sufficienti – osserva il presidente di Confcommercio Alberto Allegrini – e questo è uno degli ostacoli principali alla ripartenza». A Norcia, dopo il terremoto, si è riusciti a fatica a recuperare 250 posti letto, oltre a quelli degli agriturismo: appena un decimo rispetto alla disponibilità del territorio prima delle scosse.

«L’intera economia di queste zone – dice Allegrini – si è sempre retta su un sistema virtuoso, che puntava sul turismo massiccio d’estate e, allo stesso tempo, durante la bella stagione, metteva in cascina il fieno per l’inverno. Ma se mancano i posti letto, questo meccanismo si inceppa». Ma a Norcia la salvezza dell’economia parla ancora a tavola: gli ordini di prosciutti, salumi e formaggi vanno forte. Più del terremoto. 
(Hanno collaborato Ilaria Bosi  e Alessandra Lancia)

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