Sting: «Il mio rock per curare le ferite del Bataclan»

Sting: «Il mio rock per curare le ferite del Bataclan»
di Marco Molendini
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Lunedì 14 Novembre 2016, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 11:05

MILANO La paura fa novanta e, a volte, anche di più. Lo sanno i proprietari del Bataclan, il locale parigino messo a ferro e a fuoco dai terroristi islamici, che non trovavano nessuno disposto a inaugurarlo. Per paura. Poi hanno bussato alla porta di Sting e, sabato, il teatro ha riaperto: «Me l’hanno chiesto una settimana fa e, siccome stavo venendo in Italia, non ci ho pensato due volte ad accettare e tornare dove avevo già suonato nel 1979. Del resto dare gioia è il mio lavoro. È stata una serata difficile, perché ci voleva rispetto per le vittime e le loro famiglie, ma molto intensa. Poi ho cantato Fragile, perché era la canzone più appropriata, specie nei versi iniziali, quando dice: «Se il sangue scorrerà quando carne e acciaio saranno una cosa sola/Asciugandosi fino ad essere del colore del sole della sera/La pioggia di domani laverà via le macchie/Ma qualcosa nelle nostre menti resterà per sempre».

Il musicista inglese, che al Bataclan ha suonato gratis («i soldi sono andati all’organizzazione Life for Paris», spiega) ieri mattina era già a Milano, pronto a raccontare non solo la serata parigina ma anche il suo nuovo album 57th & 9th, che sa molto di Police (a cominciare dall’arrembante apertura con I can’t stop thinking about you).

Sting, al Bataclan ha cantato anche Inshallah, canzone nuova che parla degli immigrati sui barconi. In quel luogo, il pezzo ha assunto un significato particolare.
«La canzone affronta il problema umanitario, non politico. Sono convinto, comunque, che gli atti di terrore, come quelli di Parigi, siano perpetrati da una piccola minoranza di persone islamiche per caso e che non tolgono nulla alla cultura araba e alla bellezza della parola Inshallah che per me vuol dire solidarietà».

Il disco è tosto, energico, con qualche spazio a pezzi più morbidi, centrato sull’’attualità.
«Sono un uomo di 65 anni, padre, marito, nonno sei volte, preoccupato di quello che succede nel mondo. Non posso cantare di fidanzatine e macchine come i ragazzi».

Affronta anche le luci e le ombre del mestiere di rockstar in 50.000, canzone che la tocca molto da vicino.
«Nel disco ogni canzone è come recitata da un personaggio, che non sono io. Tranne Heading South on the Great North Road, sulla strada che da giovane facevo per andare da Newcastle a Londra, il pezzo che più mi assomiglia. Poi c’è 50.000 che mi riguarda perché racconta di una rockstar che invecchia e si trova ad affrontare l’idea della mortalità dopo una vita di gloria, droghe, folle acclamanti che creano l’illusione di immortalità. Poi arriva la resa dei conti finale. A suggerire la riflessione è stata la scomparsa di David Bowie, Prince, Glenn Frey, due giorni fa Leonard Cohen. Non voglio dire che il mestiere di rockstar sia pericoloso, ma la cosa mi ha colpito».

È gente che ha vissuto vite formidabili, quasi da principi. Non pensa che ci sia anche un eccesso, non solo nell’idolatria ma anche, nei cachet, spesso milionari?
«Io farei questo mestiere suonando gratis, come al Bataclan. So, però, che siamo fortunati, pagati in modo spropositato. Ma è il mercato».

C’è una bolla economica che provoca fenomeni come il secondary ticketing.
«Il problema è difficile da risolvere. Secondo me, oltre ai fans, sono penalizzati anche gli artisti».

57th & 9th è un disco tosto, molto rock, che richiama i Police.
«È un non sense. I Police sono nel mio dna: ero cantante, bassista e arrangiatore del gruppo».

Una volta ha detto che il rock era morto.
«Mi piace fare dichiarazioni polemiche».

Per dieci anni ha fatto dischi oscillando dal jazz alle orchestre sinfoniche, ai canti antichi e natalizi, al musical con Last ship.
«Erano album esoterici, frutto della mia curiosità, senza agenda commerciale. Uno sfizio che potevo permettermi. Mi diverte sorprendere».

Stavolta, invece, c’è un’esibizione palese di energia rock. Come dire: ho 65 anni e la stessa forza di una volta.
«Seguo una vita attenta, da 20 anni faccio yoga, ho voglia di suonare, vivere, sorridere».

Le è dispiaciuto che al Bataclan non siano stati fatti entrare gli Eagles of death metal?
«Quella notte, a caldo, dissero cose un po’ folli e il management non l’ha dimenticato. Ho scoperto dopo che erano là. Li avrei salutati volentieri».

Lei reagì malamente ai risultati del referendum sulla Brexit. La vittoria di Trump, bersaglio di tutto il rockstar system, come l’ha presa?
«Penso che sia stata un reazione contro l’establishment simile a quella della Brexit. Ma le promesse di Trump non funzioneranno. Una cosa è certa, renderà più ricchi i miliardari».

Lei vive a New York ma come va la sua fattoria toscana?
«Benissimo. Sul Wall Street Journal un articolo invitava: non comprate il vino delle celebrità a parte quello di Coppola, Brad Pitt e Sting. Produrre vino mi piace tantissimo, lo faccio con grade cura».

57th & 9th (il titolo indica il cammino che Sting faceva a New York dalla sua casa a Central park west allo studio, dove ha registrato) sarà seguito da un tour invernale negli Usa (a San Silvestro suonerà a Las Vegas), poi a primavera approderà in Europa con bis estivo. «Sono quasi al mio concerto numero 3000 - fa notare -. Ma andrò avanti ancora un bel po’».

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