Speranza Scappucci al Rossini Opera Festival: «Dirigere è saper raccontare»

Speranza Scappucci al Rossini Opera Festival: «Dirigere è saper raccontare»
di Luca Della Libera
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Martedì 9 Agosto 2016, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 01:10
Per Rossini c’è Speranza. Sarà lei, Speranza Scappucci, a dirigere la seconda opera in cartellone del Rossini Opera Festival, Il Turco in Italia, in scena il 9, 12, 15 e 18 agosto al Teatro Rossini. L’opera sarà presentata in un nuovo allestimento firmato da Davide Livermore. La giovane direttrice d’orchestra romana debutta al ROF alla guida della Filarmonica Gioachino Rossini, con un cast giovane e scintillante: Erwin Schrott, Olga Peretyatko, Nicola Alaimo, Rene Barbera, Pietro Spagnoli, Cecilia Molinari e Pietro Adaini.

Emozionata, Speranza?
«Essere a Pesaro è una sensazione bellissima, la sua musica si respira dappertutto e per me è un onore essere qui con un titolo così bello».

È il suo primo Rossini?
«No. Ho diretto Cenerentola a Torino e con la stessa opera debutterò a Vienna, e poi ho affrontato sue opere a New York, Washington e Bilbao».

Cosa ha di speciale questo compositore?
«La sua musica è molto più profonda di quello che pensiamo, anche nelle opere buffe, come nel Turco in Italia, piena di momenti drammatici. Si percepiscono atmosfere che preludono già a Verdi e Bellini. A me piace molto quest’alternanza tra momenti leggeri e profondi».
 
Preferisce dirigere l’opera o il repertorio sinfonico?
«Avendo fatto il maestro collaboratore per molti anni mi piace l’opera, ma amo molto anche il repertorio sinfonico, perché permette un rapporto più stretto con gli strumentisti».

Quando ha capito che la musica sarebbe stata la sua vita?
«Ho cominciato a suonare il pianoforte a quattro anni: non ho ricordi d’infanzia senza la musica. Poi sono entrata al Conservatorio di Santa Cecilia e all’inizio non pensavo di fare questa carriera. Solo verso il quinto anno ho avuto consapevolezza piena della mia vocazione».

E dopo?
«Ho preso in mano la mia vita e dopo il diploma in pianoforte mi sono trasferita a New York. Avevo diciannove anni. Ho studiato pianoforte e musica da camera alla Julliard School of Music e poi sono andata a Vienna».

Quali sono stati gli incontri più importanti?
«In Conservatorio i miei maestri sono stati Sergio Perticaroli e Fausto Di Cesare. A New York György Sandor (allievo di Bartok) e Samuel Sanders, strepitoso pianista di Perlman e Rostropovic. A Vienna artisti come Muti, Ozawa, Metha. Da ognuno di loro ho appreso cose che porto sempre con me e che mi hanno formato».

La qualità più importante per un giovane che vuole fare musica?
«Il talento, ovviamente, ma soprattutto la pazienza. Saper aspettare il momento giusto. Non è necessario essere precoci, ognuno ha i suoi tempi. Io sono salita sul podio per la prima volta a trentasette anni: fino ad allora avevo fatto la pianista. E’ scattato qualcosa dentro di me e ho lanciato una sfida a me stessa, ma non l’avrei mai potuto fare se non avessi avuto tutta quell’esperienza. Dirigere non vuol dire muovere le braccia e agitarsi, ma avere qualcosa da dire e da raccontare».

Che rapporto ha con Roma?
«La adoro: ogni volta che torno dopo un lungo viaggio, nel tragitto dall’aeroporto al centro mi emoziono sempre, perché è unica al mondo. Sono fiera di essere romana e ancora più fiera di tornare al Teatro dell’Opera, dove debutterò l’anno prossimo, il 18 gennaio, con Così fan tutte di Mozart in un nuovo allestimento di Graham Vick: sarà davvero una serata speciale per me!».

La musica è tutto?
«Mi assorbe molto, ma ho tantissimi amici, amo la mia famiglia, mi piace fare vita sociale, lo sport, il cinema e leggere, anche se ho poco tempo per farlo».

Un sogno nel cassetto?
«Mi piacerebbe molto fare un grande concerto per i rifugiati, magari davanti al Papa. E poi continuare a fare quello che faccio».

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