Spandau Ballet, la svolta: «Si riparte da Ross», le date italiane del tour

Martedì 12 Giugno 2018 di Simona Orlando
Tony Hadley è uscito dal gruppo. Di nuovo. Nel giorno in cui lanciava il disco solista Talking To The Moon, il resto degli Spandau Ballet presentava dal vivo il suo rimpiazzo Ross William Wild in un club di Londra, il Subterania, dove nel 1978 debuttarono i Gentry, il nucleo pre-Spandau in fase post-punk.

«Quarant’anni dopo è ancora più eccitante» hanno gridato dal palco Gary e Martin Kemp (chitarra e basso), Steve Norman (sax e percussioni) e John Keeble (batteria). All’apice del successo, eravamo abituati a vederli negli stadi e nelle arene, stavolta ripartono da un locale da 600 posti alla fine di Portobello Road. Niente guardie del corpo, anzi prima del concerto il gruppo si fa trovare fuori dal camerino, in strada, accessibile come nemmeno nei sogni più audaci delle fan, oggi ultraquarantenni.

Dal 1979 al 1990 fecero sfaceli, 25 milioni di dischi venduti nel mondo e isteria diffusa, la reunion nel 2009, la rottura a luglio 2017. E giovedì scorso la prima data della neoformazione in un’ora di hit, l’attacco su Through The Barricades «così nessuno si chiederà fino al bis se Ross è all’altezza» spiega Gary, autore di quasi tutti i brani. Wild ha 29 anni, è un nome nei teatri del West End (nei musical Grease, We Will Rock You, American Idiot) nonché cantautore. È sicuro sul palco, voce potente e dritta, più rock (ama i Tool), non da crooner come Tony: «Ascolto gli Spandau da quando avevo 7 anni, mio padre era un fan, e giuro che non sento la differenza di età con loro». Muscoli, salti e balli senza fiatone, accanto a colleghi sulla soglia dei sessanta anni.

Il rischio per gli Spandau non è di sembrare più attempati?
«Al contrario, Ross ci fa ringiovanire, ha un’energia contagiosa. Se avessimo scelto un personaggio noto della nostra età, sarebbe stato uno che probabilmente aveva fallito altrove. Serviva un nome nuovo su cui puntare».

Ha funzionato per Adam Lambert, al posto di Freddie Mercury nei Queen. Avete chiesto consiglio?
«Sì a Brian May. Era triste per l’uscita di Tony, ma convinto che avessimo il diritto di far ascoltare ancora queste canzoni. I Queen sono ancora i Queen nonostante la scomparsa del più grande frontman mai visto. Perché rinunciare? In fondo solo un quinto della nostra band se n’è andato».

Un quinto che vi rendeva riconoscibili al primo ascolto.
«Anche il sax e il nostro repertorio ci distingue. Nessuno è più importante dell’altro, siamo tutti frontman, non musicisti di supporto. I gruppi sono destinati alle trasformazioni, vedi Rolling Stones, Eagles, Genesis. È una squadra di calcio con cambio di giocatori. Perdiamo un pezzo e guadagniamo unità» 
Perché Hadley se s’è andato?
«Voleva la sua autonomia, a questa età non è facile ascoltare il parere di tutti. O forse non ha mai perdonato la battaglia legale del 1999, persa contro Gary sui diritti delle canzoni. Dopo il tour 2015 ci arrivavano tante proposte per concerti e lui non voleva starci ma non lo diceva espressamente. Forse intendeva solo fermarsi cinque anni per occuparsi delle sue cose, ma siamo troppo vecchi per aspettare cinque anni» 
La reunion fu una furbizia?
«Fu faticosa ma sincera. Non ci aspettavamo un’altra separazione».
Se non si va d’accordo in cinque, come si fa a sognare il mondo senza barricate di Through The Barricades?
«Gli esseri umani hanno l’ingombro dell’ego. Da ragazzi stavamo insieme 24 ore al giorno come fratelli, un’alchimia che ci difendeva dalla disgregazione. Ma quella costituzione di regole non scritte non la puoi sostenere fino a 60 anni. Più che sconvolti perché se n’è andato uno, siamo sorpresi di essere rimasti in quattro. È una vittoria».
Ross lo avete scelto all’unanimità?
«Abbiamo chiamato un direttore di casting e chiesto di presentarci i migliori performer in circolazione. Lo avevamo già sentito nel ruolo di Elvis nel musical Million Dollar Quartet, dove Martin interpretava Sam Phillips. La sua voce ci dà i brividi. Ha fatto quattro provini ed era il più adatto: un attore che scrive canzoni e può contribuire al prossimo disco. Gli abbiamo chiesto di essere sé stesso, non un imitatore di Tony».
A chi avete detto di no?
«A James Corden, che magari scherzava. Gli altri nomi noti non li riveliamo. Il pubblico, speriamo non solo femminile, si innamorerà di Ross. Parte del nostro successo dipese dall’aspetto estetico, poi però le canzoni sono rimaste».
La rivincita degli anni ‘80 tanto denigrati?
«Eravamo figli della classe operaia, non accettati dal mondo rock. Non facevamo politica, volevamo affrancarci dalla condizione di povertà, sognavamo di essere popstar. Iniziammo combinando musica e arte, poi diventammo commerciali, ma con musica di cui andavamo fieri: marchio soul, brani complessi anche se pop, e non abbiamo mai mollato strumenti ed assoli. Ora ci viene riconosciuto».
La musica non interpreta più la cultura giovanile?
«I millennial non sembrano seguire movimenti culturali come noi. Eravamo i ragazzi del Blitz, creativi e favolosi signor nessuno che si ritrovavano in un club per confermare l’appartenenza e dire a tutti: noi siamo questi. Punk, psichedelia, grunge, ska: ogni movimento era legato a un posto preciso. Oggi tutto è più frammentato, il luogo è spesso un profilo sul web».
La spandsmania contagiò l’Italia. Che ricordi avete?
«Il pubblico più folle in assoluto. Eravamo cacciati da ragazze isteriche in motorino che battevano sui vetri e giravamo con mezzi blindati. Abbiamo ancora i vostri cori Alè-oo nelle orecchie».
C’è un disco all’orizzonte?
«Sì, senza fretta. C’è il tour, poi Martin avrà un ruolo nel musical Chicago in America, Gary in una pièce di Harold Pinter e sta scrivendo il musical sugli Spandau Ballet che debutta a Londra a fine 2019. Ripercorre la nostra storia come il documentario Soul Boys Of The Western World ma non è un epilogo, è una ripartenza».

LE DATE
I nuovi Spandau Ballet arrivano in Italia ad ottobre per tre date evento: 23 al Fabrique di Milano, 24 Atlantico Live di Roma, 25 Gran Teatro Geox a Padova (biglietti da 30 euro). In scaletta Through the Barricades, I’ll Fly for You, True, Gold, e To Cut a Long Story Short del 1980, pezzo forte di Ross Wild dal vivo. Gary Kemp il 20 settembre suona a Milano con Nick Mason in A Saucerful Of Secrets, omaggio ai primi Pink Floyd e a Syd Barrett «senza il quale non sarebbero esistiti Bowie, Sex Pistols e altri. Formò una generazione inglese come fece la Factory a New York» secondo Kemp.
  Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 22:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA