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«Il sisma non ci ferma, torneremo tutti a casa»

Casette a Norcia
di Italo Carmignani
4 Minuti di Lettura
Sabato 19 Agosto 2017, 01:00 - Ultimo aggiornamento: 20 Agosto, 15:14

dal nostro inviato
AMATRICE «Oggi è tranquilla, cantano anche i grilli», sorride Ernesto Torroni, alloggio 60, Campo Zero, moglie e tre figli, uno sfratto firmato dal terremoto, un rientro nella sua città Amatrice voluto come quella terra bombardata dalle scosse fosse la terra del latte e del miele. Nulla lo avrebbe fermato, né le macerie ancora intatte, le strade come fosse Beirut, le piastrelle e le infiltrazioni nelle nuove casette. Neanche i topi, quelli nascosti tra la vita ritrovata e il cartongesso delle pareti. 
I capelli grigi riavviati con la riga, Ernesto è uno dei diecimila sfollati tra Umbria, Marche e Lazio cui nessuno potrà togliere la terra natia. A dispetto di esperti, tendenze, economisti e gufi, il terremoto del 24 agosto non ha solo raso al suolo quanto poteva, ma ha invertito come un interruttore bifase la tendenza dello spopolamento dell’Appenino. Si torna per restare. «La mia vita è qui, neanche il terremoto riuscirà a mandarmi via. Per andare dove poi?». Fino adesso aveva dormito in un container. «La notte del 24 agosto - dice - siamo stati sfrattati da Amatrice per andare a vivere a Montereale in casa del fratello di Silvio: il terremoto ci ha chiappato pure là». Ad Amatrice saranno vicini anche papà Domenico Cestori e il figlio Dario. Amatrice per sempre. E non solo Amatrice.
IL FUTURO 
 Per Norcia in linea d’aria c’è poco e la storia non cambia. Basta modificare le date e si arriva alla vicenda di Daniele. Il terremoto del 30 ottobre gli ha tolto la casa e lavoro, ma lui non si è dato per vinto. Ventinove anni, un passato come commesso di una norcineria, un futuro di rinascita e sacrificio. Il 30 ottobre, insieme alla moglie, anche lei disoccupata, e alla bambina di poco più di 4 anni, è salito su uno dei pullman per il Trasimeno con tante incognite e preoccupazione. Ma ha saputo rialzarsi. 
Forte dell’esperienza maturata nel settore della norcineria, a marzo è riuscito ad avverare il suo sogno: avere un’attività tutta sua. Si è riscoperto venditore ambulante e da mesi, ormai, gira l’Italia. Un furgone, un marchio, tanti prodotti di qualità e il nome di Norcia: così Daniele, insieme a moglie e bambina, da mesi gira l’Italia. Frosinone, Forlì, Varallo, San Giuliano Terme, solo per citare alcune delle località in cui Daniele e la sua famiglia portano e fanno conoscere le bontà di Norcia. 
L’obiettivo è tornare prima possibile in Valnerina: «Siamo ancora in albergo – racconta – al Trasimeno. In questi mesi abbiamo vissuto tante difficoltà, ma con forza e sacrificio si cerca di andare avanti. Non appena sarà possibile torneremo a Norcia: non mi dispiacerebbe riuscire ad aprire un’attività». Il cammino è ancora lungo, di chilometri da macinare ce ne sono ancora tanti. Daniele non è il solo ad essersi reinventato dopo il terremoto. Sempre dalla Valnerina, c’è stato chi ha aperto nuove attività al Trasimeno, chi ha deciso di riavvicinarsi a poco a poco, passando dagli hotel del lago ad altre strutture più vicine a Norcia. Tutti, però, dicono di voler rientrare non appena sarà possibile riavere una casa e, soprattutto, un futuro. 
VIA DAL MARE
 I capelli raccolti con una penna, la Marisa viveva a Pescara del Tronto. Anche ora. «Non c’era niente allora e non c’è niente ora, ma io non posso fare a meno di queste montagne, questa è la mia terra», spiega. Senza la riffa o la lotteria, se si vuole usare un termine più gentile, ora avrà una casetta di quelle nuove appena assemblate e costate, solo per le Marche e solo per metterle in piedi, oltre un milione e mezzo. «Ma non ce la facevo più a stare in albergo – racconta -, mi sentivo come quegli ospiti poco graditi. All’inizio tutti cortesi, poi un po’ meno, ma non è colpa di nessuno. Dovevamo tornare da queste parti». E così è stato.
LE CITTÀ
 Senza alzare i toni, il rude Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice al forum del Messaggero l’aveva detto: «Perché l’Italia non cambia politica urbanistica: invece di pigiare le famiglie nelle periferie delle città dove si avvelenano, campano male e devono fare i conti con la delinquenza e il degrado, perché non si creano le condizioni per agevolare una migrazione verso l’Appennino. Da noi c’è tutto, meno i servizi. E questo è quel che vogliamo dal Governo e dall’Italia». Ernesto, Daniele e Marisa lo hanno già ascoltato. 

(hanno collaborato Ilaria Bosi e Alessandra Lancia)

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