Scuola, l’Italia all’ultimo banco: la nostra istruzione debole da oltre cinquant’anni

Scuola, l’Italia all’ultimo banco: la nostra istruzione debole da oltre cinquant’anni
di Camilla Mozzetti
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Venerdì 19 Dicembre 2014, 22:31 - Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 08:39

L'assunto di base, a voler parlare per metafore, è molto lineare: senza pilastri solidi, nessuna costruzione sarebbe destinata a durare. Un po’ come accade per i castelli di sabbia: basta un'onda a tirar giù tutto. Così, anche il sistema dell'istruzione italiana, seppur sostenuto dalle migliori riforme politiche che un governo è in grado di proporre, è destinato a rimanere "imperfetto", senza qualità degli insegnanti e risultati tangibili che dimostrino la preparazione degli studenti. È un'analisi puntale e dettagliata che non si limita a fotografare l'esistente, ma lancia spunti di riflessione per chi gestisce la cosa pubblica e per chi, a vario titolo, vive la scuola. Paolo Sestito pubblica il saggio La scuola imperfetta (Il mulino editore, pag. 178). Il titolo non suona come una domanda. Tuona, invece, come un'affermazione: la scuola italiana è debole e non da oggi, ma da oltre cinquant'anni. E fino a che la spesa pubblica, destinata al settore, continuerà ad avere la fisionomia di un costo da tagliare, parafrasando le stesse parole dell'autore, è come se alla scuola si togliesse la "c". Ed ecco che la parola giusta diventerebbe "suola".

L'ANALISI

Responsabile del servizio struttura economica della Banca d'Italia e presidente dell'Invalsi, Sestito traccia l'evoluzione di un sistema scolastico che, comparato con quelli europei e internazionali, resta relegato agli ultimi posti. E i motivi sono molteplici; a partire dalla mancata applicazione dell'autonomia scolastica. Un principio gridato ai quattro venti da più di vent'anni, ma esautorato di una reale consistenza. Dall'unità del Paese, l'Italia ha aumentato i propri livelli di scolarità pur restando, tuttavia, indietro sul fronte qualitativo rispetto a paesi più virtuosi come la Finlandia o la Corea del Sud. Ha ridotto il gap nella quantità di scolarizzazione ma non è riuscita a colmare quelle deficienze sulla qualità della scuola. E sono le indagini dell'Ocse, puntualmente riprese, a dimostrarlo. I 18-24enni che non hanno conseguito un diploma e non hanno un lavoro sono diminuiti negli ultimi anni del 7,5%. Vero. Ciononostante, la scarsa preparazione degli alunni piazza l'Italia, stando all'indagine Piaac Ocse del 2012, all'ultimo e al penultimo posto - su 23 paesi - nelle competenze sulla comprensione della lettura e sulla matematica. Uno studente universitario su 6, poi, nel primo anno di un corso di laurea non sostiene neanche un esame. Sbagliano facoltà perché nella scuola manca l'orientamento in uscita. Quei pochi laureati che arrivano a conseguire il titolo non trovano nella Pubblica amministrazione alcuno sbocco professionale. Nel ’95 i 30-39enni laureati e impiegati nei settori pubblici erano il 46%, nel 2013 appena 28%. Solo l'1% di loro aveva un contratto a tempo indeterminato. E non può esserci un futuro senza un passato. Per questo, uno dei compiti della scuola italiana, a detta di Sestito, è di applicare finalmente la tanto aleatoria autonomia scolastica. Perché i sistemi migliori sono quelli che lasciano ai propri istituti una maggiore autonomia operativa, rendendoli però al contempo "accountable" e cioè responsabili di fronte ai cittadini. In sostanza, la stessa valutazione e autovalutazione non dovrebbe solo limitarsi a rendicontare i risultati raggiunti, ma impegnarsi a dimostrare come proprio quei risultati, di docenti e studenti, possano essere volani di competitività con le scuole private e internazionali. «Si dovrebbe applicare un'autonomia di stampo anglosassone - argomenta Mario Rusconi, vicepresidente dell'Anp - in cui lo Stato concede alle scuole delle risorse per raggiungere determinati obiettivi e se dopo una verifica, che avviene ciclicamente ogni 6 anni, quegli obiettivi non sono stati raggiunti la scuola chiude».

I DOCENTI

Determinante, poi, per riqualificare l'istruzione italiana, la qualità degli insegnanti che non necessariamente risponde a logiche quantitative (vedi la proposta del governo Renzi di immettere in ruolo, dal prossimo settembre, circa 149mila docenti precari delle Graduatorie a esaurimento). Sestito suggerisce precisi strumenti di selezione all'ingresso, con concorsi annuali non reiterabili - come accade per esempio per chi tenta di diventare magistrato - per più di tre volte e un tirocinio di 4/5 anni prima di conseguire l'abilità. Un'abilità all'insegnamento che dovrebbe essere assegnata solo sulla base dei traguardi raggiunti, dimostrabili con la preparazione generale degli studenti. E non solo con il voto conseguito all'esame di Maturità.