CRISI DI GOVERNO

Renzi: «Governo di garanzia ed elezioni nel 2020». Ma Zingaretti dice no

Domenica 11 Agosto 2019 di Simone Canettieri
11

ROMA «È folle votare subito, serve un governo di garanzia. Le elezioni potranno esserci già nel 2020, ma prima bisognare evitare l’aumento dell’Iva». Matteo Renzi in queste ore continua a ripetere alle sue truppe, specialmente a quelle in Senato, ragionamenti di questo tipo. Nella testa dell’ex premier c’è dunque un governo tecnico che non sarebbe un Conte bis («Per me il sedicente avvocato del popolo era ed è e sarà imbarazzante», ripete sempre), ma un esecutivo con meno grillini possibili nei ministeri chiave e con magari alla guida Carlo Cottarelli, mister Spending review.

Salvini contestato a Soverato, black out al comizio: «Hanno danneggiato l'impianto»
Crisi di governo, Giorgetti attacca Conte: «Vuole rottura traumatica»

L’ASSE 
L’attivismo di Renzi ben si coniuga con quello dei suoi colonnelli a Palazzo Madama, a partire dal capogruppo Andrea Marcucci, il primo a lanciare l’ipotesi di un «governo di transizione». In questo momento l’ex rottamatore è «in movimento», come racconta chi lo conosce bene. Ma non c’è solo l’ala dei turborenziani intenta a stringere accordi, a disegnare traiettorie, rispondere ai messaggi delle chat dei grillini. Nel Pd c’è anche Dario Franceschini in campo: l’ex ministro della Cultura spinge addirittura per un governo di legislatura che possa dunque portare - con l’attuale composizione delle Camere - all’elezione del nuovo presidente della Repubblica (2022). 

Ma questa posizione scombina i piani di Nicola Zingaretti che vede così perdere un alleato interno prezioso nella corsa al «voto subito, per non salvare i corpi morti». In queste ore, inoltre, anche i padri nobili come Romano Prodi e Walter Veltroni non vedrebbero di buon occhio un ritorno alle urne in ottobre. 
Si capisce così come la situazione all’interno del Pd rischi di essere esplosiva: con un segretario che dà una linea e i gruppi parlamentari che vanno nella direzione opposta, comprese le anime che lo hanno sostenuto alle ultime primarie, finendo in minoranza. 
Non a caso anche Paolo Gentiloni, ma questo lo dicono i deputati renziani, più passa il tempo e più sarebbe «combattuto» sull’ipotesi elezioni in ottobre.

Uno scontro che è destinato ad acuirsi e che potrebbe avere esiti esplosivi anche per la leadership del segretario. «La linea mai con il M5S è stata decisa e votata 15 giorni fa dalla direzione del Pd quando si è discusso dell’ordine del giorno Calenda, con il pressing dei renziani, per sbarrare le porte a qualsiasi dialogo con i 5 Stelle. E parliamo di 15 giorni, non 15 anni fa», è il ragionamento del segretario dem. Costretto a giocare una partita che si preannuncia non proprio semplice. La sua linea è netta e in caso di consultazioni al Colle sarà pronto a ribadirla anche al presidente della Repubblica: «Non esistono le condizioni politiche per un altro governo, almeno con il Pd: come si fa a passare dal “senza di me” al “con me i miei cari”? », ripete la vicesegretaria del Pd Paola De Micheli, facendo il verso alle parole di Renzi da sempre contro qualsiasi accordo con il M5S. E sulla stessa sponda del fiume c’è anche l’altro vice Andrea Orlando. 
Il fatto è che intorno al “partito del non voto”, seppur con diverse sfumature, si stanno saldando nuove alleanze, come appunto quella tra Renzi e Franceschini, su fronti opposti proprio sul tema dell’alleanza con il M5S fino a pochissimi giorni fa. Anche Enrico Letta mette in fila una serie di pensieri che portano a una direzione: «Preoccupa andare al voto con la peggior legge elettorale della storia». E ancora: «Il Presidente della Repubblica guida la crisi e il partito di maggioranza deve decidere cosa vuole fare: se il 5 stelle vuole andare al voto, bene. Ma se il 5 stelle vuole fare altre cose...dipende da loro». E come la pensano i grillini si sa: pronti a tutto pur di rimanere. Anche se il vero banco di prova di una possibile maggioranza potrebbe essere proprio il taglio dei parlamentari: l’ultimo passaggio della legge al momento non ha l’avallo dei dem, nemmeno dei renziani. «Ma è anche vero che in questo momento i grillini sono disperati, dunque non possono permettersi alcuna condizione». Luciano Nobili, deputato romano molto vicino a Renzi e sostenitore della mozione Giachetti-Ascani alle ultime primarie, dice: «L’Italia viene prima dei capricci in spiaggia di Salvini. Le priorità ora sono due: costruire le condizioni per batterlo alle elezioni e salvare gli italiani dall’aumento dell’Iva causato dai fallimenti del suo governo».

I SOSPETTI
Zingaretti teme che dietro la mossa di Renzi ci sia solo il tentativo di rimanere in Parlamento qualche mese in più per strutturare meglio la nuova creatura politica a cui sta lavorando da mesi. «Perché - ragionano gli uomini vicini al segretario - se si andasse al voto in ottobre salterebbe il suo piano e soprattutto rischierebbe di non mettere più in lista tutti gli eletti che ha oggi». Dall’altra sponda di questa barricata c’è appunto l’ex premier. Intenzionato a giocarsi fino in fondo questa partita. Nel dubbio sta lavorando per anticipare la Leopolda alla prima metà di settembre. E a seconda di come si metteranno le cose nel governo e dunque nel Pd potrebbe anche ripensarci, a proposito del nuovo partito. Ma correre come premier passando dalle primarie. Il risiko dem è appena partito.

Ultimo aggiornamento: 08:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA

LE VOCI DEL MESSAGGERO

Traffico e sveglie all’alba: cosa non ci manca dell’uscire di casa

di Veronica Cursi