Monica Maggioni: «La Rai sta cambiando, nessuno è intoccabile»

Martedì 21 Marzo 2017 di Barbara Jerkov
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Insomma linea dura, presidente Maggioni.
«Sabato scorso abbiamo assistito su Raiuno a 30 minuti di una cosa che era tutto meno che servizio pubblico».

Sono anni che i vertici di viale Mazzini dicono che la Rai deve tornare ad una mission di crescita del Paese. Com’è possibile che siamo ancora a questo punto?
«Non sono d’accordo. C’è una Rai che è in cammino costante da anni, che su questo aspetto specifico ha fatto passi da gigante».

Da cosa si vede?
«Da cose piccole e grandi. Un esempio? Molta più attenzione al fatto di non avere delle regie sessiste, per cui se c’è una donna non la inquadrano in modo diverso rispetto a un uomo. Può sembrare un dettaglio ma non lo è. Questa è una Rai che si pone il problema di dare una visione del mondo in cui le donne sono parte delle lotte sociali e della costruzione di senso del Paese, una Rai che cerca di non andare in automatico nel pensare che l’esperto sia per forza un maschio. Una Rai che lavora sulle Fiction, “Io ci sono” su Lucia Annibali, solo per citarne una. Questa è una Rai in cui sempre più donne hanno ruoli apicali».

A cominciare dalla presidente.
«Ma prima sono stata direttore, e ho avuto subito due vicedirettori donna e una pletora di capiredattore donna, anche se in quel caso la mia non è stata una scelta di genere ma perché sono convinta che le donne spesso lavorino di più e siano più affidabili. Questo per dire che è una Rai che veramente sta camminando. E’ una Rai perfetta? No, ha ancora molto da fare ma come ha molto da fare il Paese».

E allora perché il senso di questa svolta, a guardare certi programmi, non si coglie proprio?
«Io rivendico con forza i passi in avanti che abbiamo fatto. La stessa Presidente della Camera, che su questi temi non fa sconti a nessuno, dicendo delle cose durissime e che io condivido fino all’ultima virgola su quel programma, sottolinea che ha rischiato di vanificare i tanti sforzi che la Rai sta facendo per dare un’immagine della donna dignitosa e contemporanea. Questi sforzi sono un dato di fatto».

Insomma, solo un incidente di percorso?
«Niente affatto. In 24 ore al giorno di programmazione su tanti canali, la svista accade e non sarò io a negarlo. Ma un conto è lo scivolone, la battutaccia. Altro conto sono trenta minuti di televisione scritta a partire dall’assunto che un certo gruppo di persone è o meno una minaccia e si rende l’argomento più o meno piacevole parlando delle caratteristiche seduttive di queste persone».

Non sarà sessismo, ma pure definire da parte della stessa conduttrice Anita Ekberg una «donna dell’Est», anziché svedese, è non meno lontano da ciò che dovrebbe essere il servizio pubblico, che dovrebbe se non istruire almeno non disinformare.
«E infatti veniamo a un altro punto che, se possibile, per me è ancora più cruciale. Ovvero: che sguardo sul mondo ci restituisce una trasmissione che costruisce un blocco omogeneo - “donne dell’Est” - e sorvolo per carità di patria sulla definizione della Ekberg? Cominciamo parlando della seduttività delle donne dell’Est, domani toccherà alle geishe, poi alle immigrate... Che modo di raccontare il mondo è questo? E dove ci hanno portato i presunti gruppi etnici omogenei nella storia?».

E adesso, oltre a indignarci soprattutto fra donne, in concreto cambierà qualcosa?
«Non è vero che l’argomento ha scosso solo noi donne. La rappresentazione stereotipata e macchiettistica ha riguardato anche gli uomini, i rapporti di coppia. Due minuti fa Lucio Presta ha twittato: adesso i politici saranno contenti. Riferendosi alla chiusura della trasmissione, volendo ridurre questa scelta seria e intelligente dell’Azienda alla risposta al can can politico. Questo, lo voglio dire molto chiaramente, è inaccettabile. E’ venuto il momento di riflettere a più ampio spettro su chi siano le persone con cui noi costruiamo la televisione pubblica. Questa è la reazione dell’Azienda per rispetto alle persone, a chi paga il canone e si è indignato, a noi stessi».

Lei ha appena nominato Presta, ritenuto un intoccabile viste le star della sua scuderia e la trasmissione appena chiusa è quella di sua moglie.
«Io ho fatto l’inviato di guerra per 15 anni, con tutto il rispetto per gli intoccabili nostrani... A questo mondo nessuno è intoccabile e nessuno è da criminalizzare a priori. Ma ognuno è responsabile di quello che fa, dice o produce».

E’ giusto che alla fin fine a pagare sia la sola Paola Perego?
«Paola Perego non è certo la sola responsabile. Non ha fatto bene il suo lavoro. Per questo ne risponde lei, insieme agli altri con cui ha realizzato quella trasmissione. Non posso accettare che i conduttori siano importanti solo quando le cose vanno bene, se invece fanno male passavano lì per caso. Perego è parte di un programma che viene chiuso e su cui ci sarà una serissima riflessione interna».

Sta preannunciando un ripensamento più generale per i talk?
«I grandi errori, succede nella vita delle persone così come nelle aziende, possono essere dei momenti di costruzione di valore collettivo. Autori, conduttori, noi vertici, nessuno si deve sentire immune ed è chiaro che ci sono dei pezzi di racconto che facciamo che possono diventare migliori e vale la pena lavorarci tutti insieme».

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