L’eccesso sessista: «Leggi al maschile, vanno cambiate»

L’eccesso sessista: «Leggi al maschile, vanno cambiate»
di Marina Valensise
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Giovedì 30 Novembre 2017, 00:02 - Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre, 12:27

Il legislatore italiano non perde tempo quando si tratta di contrastare la diseguaglianza di genere. Alcune parlamentari del Pd, prima firmataria Titti Di Salvo ma c’è anche la centrista Paola Binetti, hanno presentato una proposta di legge per eliminare le discriminazioni linguistiche negli atti pubblici e amministrativi. 

DIRITTI
Sognano una riforma della lingua italiana e delle linguistiche relative a grammatica, sintassi, lessico, e altro (sic), per abolire ogni discriminazione di genere e stabilire pari diritti e dignità. Banditi perciò i termini professionali declinati solo al maschile. Spazio dunque a la presidenta (per lasciare le presidente al plurale), alla ministra e le ministre, alla professora e le professore (le professoresse dove finiscono?), persino alla medica (ahimé già in circolazione) e alle mediche da non confondersi coi medici. 

LO «SPIO»
Gli spiritosi già si domandano se trattandosi di Gregorio Paltrinieri non dovremo dire «l’atleto», e a proposito di John Le Carré non dovremo parlare di «spio», ma il legislatore democratico sembra poco sensibile al senso dell’umorismo e perciò insiste: vietato usare il genere maschile se parliamo dell’intera umanità, comprensiva di uomini e donne (e non solo…): vietato dire «l’uomo ha bisogno di credere in valori». Da quando entrerà in vigore la nuova legge diremo «l’uomo e la donna hanno bisogno di credere in valori». Ancora più grave dire «la legge è uguale per tutti», esempio esplicitamente citato nella proposta in questione (Atto Camera 4643). Con la nuova legge, se mai sarà approvata, su tutte le aule dei tribunali leggeremo: «La legge è uguale per tutti e per tutte».

LA LEZIONE DI TOQUEVILLE
E pazienza se in nome di un nobile principio si finisca nel ridicolo. Pazienza se in nome di un ideale astratto e irraggiungibile come l’eguaglianza, e proprio per questo al cuore della moderna democrazia come ha spiegato Tocqueville, si rischi di fare a pezzi secoli di storia, ignorando la complessità degli usi sintattici e grammaticali, dimenticando i segreti del genere neutro, che nelle lingue romanze come l’italiano è rappresentato dal maschile, come insegnano i filologi. 

La singolarità di questa riforma non sta solo nel richiamo all’onnipotenza legislativa, nell’ubris di cambiare ex novo una lingua che invece è il deposito vivente della memoria di un popolo, il portato di un’evoluzione millenaria frutto degli usi e della libertà di una comunità, come se l’esperimento nei regimi totalitari non fosse bastato… La vera singolarità sta nel collegare la riforma della lingua alla violenza di genere, proponendo una nuova fattispecie di reato «relativa alla violenza maschile contro le donne», per evitare «un effetto neutralizzante della specificità della violenza nei confronti delle donne», e per «far emergere la corrispondenza tra l’atto compiuto e l’intenzione e tra l’atto compiuto e la realtà di contesto». 

ATTIVISMO MILITANTE
Le parole sono importanti, ma i parlamentari progressisti non se ne curano, mi pare. Il loro attivismo militante risponde a un imperativo così primitivo da risultare banale: poiché la lingua dà la forma ai pensieri, per cambiare i pensieri, o i modi di pensare sbagliati, basta cambiare la lingua e le forme della lingua, pronomi, sostantivi, desinenze… Trattasi in realtà di un sillogismo o di una petizione di principio, che postula la rivoluzione dei comportamenti a partire da quella dei modi linguistici. Fallito ignominiosamente nel secolo scorso (rileggere “1984” di George Orwell per capire quanto fosse perniciosa l’invenzione di una lingua ad hoc per edulcorare la realtà sgradita al potere), un analogo tentativo è stato appena messa in sordina in Francia. 

MODELLO FRANCESE
Di fronte al proliferare della così detta scrittura inclusiva, coi barocchismi fuori controllo del puntino mediano inserito tra la radice di un sostantivo e il suo suffisso per segnalare l’inclusione femminile e la guerra alle discriminazioni di genere (agriculteur.rice.s, commerçant.es.s), i francesi hanno iniziato a ridere delle folle pretesa di un’ortografia politicamente corretta uscita fuori dal nulla. E il governo è dovuto correre subito ai ripari, e ha stabilito che atti amministrativi e norme di legge ne saranno esenti.

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