ROMA

La lupa di Roma come Spelacchio: si è seccata, va sostituita

Lunedì 8 Aprile 2019 di Lorenzo De Cicco
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La maledizione di Spelacchio: morta anche la Lupa di Roma

Dopo Spelacchio, è morta pure lei, simbolicamente ben più importante. La Lupa, emblema di Roma, con Romolo e Remo sotto le mammelle, è avvizzita ai piedi del Campidoglio, a piazza Venezia, lì dove l’aveva voluta la sindaca Virginia Raggi per colmare il vuoto (e soprattutto per far scordare la figuraccia internazionale) dell’abetone smunto del Natale 2017. Invece la Lupa non è durata nemmeno un anno. Portata via, notte tempo, dai giardinieri del Comune di Roma, i quali, pochi giorni fa, hanno risistemato l’aiuola in gran segreto, ripiantando un po’ di erbetta qua e là, cercando di coprire la chiazza rimasta sotto la siepe appassita; chiazza che però, ancora ieri, si notava a occhio nudo, al centro del prato all’inglese davanti alle gradinate neoclassiche del Vittoriano.

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VERDE ABBANDONATO
Era stato scelto il ligustro, pianta «sempreverde», proprio confidando nella resistenza delle foglie. Invece la maledizione di Spelacchio – o l’incuria, o la sfortuna e basta – ha colpito ancora. E così, dopo l’inaugurazione del 27 aprile 2018 con trionfanti comunicati stampa – «è un omaggio alla città di Roma», annunciava l’amministrazione stellata – la Lupa non c’è più. Non si è rintanata nel leggendario lupercale, alle pendici del Palatino. Tragicamente, è sfiorita a tempo di record, e gli amanti della simbologia metteranno forse la cosa in parallelo con la decadenza della Capitale, dove gli alberi continuano a venir giù a un ritmo mai visto (+770% di crolli dal 2016) e il Comune, da tre anni, non riesce ad aggiudicare il bando per sfrondarli.

«SI È SCIUPATA»
«Queste siepi sono delicate, se le lasciamo in una piazza o in una via, si sciupano, non è come sistemarle in un vivaio o in un’esposizione che dura al massimo una decina di giorni», racconta, sconfortato ma non troppo, il direttore del dipartimento Ambiente del Campidoglio, Marcello Visca. Insomma, a sentir lui, la maledizione del vecchio abete della Val di Fiemme, morto appena varcato il Raccordo anulare, non c’entra. «Sono i tempi dell’arte topiaria», che nulla ha a che vedere coi topi che hanno invaso perfino il Campidoglio – saettando fin dentro gli uffici della Ragioneria generale – ma è l’abilità di scolpire alberi e cespugli come marmo, dando loro una forma geometrica. «Cercheremo di sostituirla in tempi stretti – confida il capo dell’ufficio Ambiente – ma non ce la faremo per il 21 aprile».

Insomma, il Natale di Roma, sarà senza Lupa. Almeno quella vegetale. La nomea da “pollice nero”, già sbocciata dopo il disastroso Spelacchio, non ha scoraggiato la giunta grillina, se è vero che il primo aprile è stato ingaggiato un altro vivaio per sfornare una Lupa bis, sempre con Romolo e Remo al seguito. La pianta sarà della stessa specie, il ligustrum junandrum, altezza 180 centimetri, per altri 180 di lunghezza. Raggi, dunque, non demorde nella sfida vivaistica, anzi rilancia: insieme alla Lupa, forse per non scontentare i tifosi laziali, stavolta arriverà anche l’aquila «simbolo dell’impero romano» (sarà sistemata ai Fori), e perfino tre oche, alte un metro l’una, piazzate scenograficamente sul Colle capitolino, dove secondo la leggenda aiutarono i romani a vincere l’assedio dei Galli. Perché in attesa di combattere la guerra ai pini «piantati dal Regime fascista», Raggi dixit, la sindaca rischia di perdere la sfida delle siepi a 5 Stelle.

 

Ultimo aggiornamento: 14:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA