Martone: «Sono un regista da esposizione», da domani mostra” al Museo Madre di Napoli

Venerdì 1 Giugno 2018 di Katia Ippaso
Quando, nel mese di gennaio, al Teatro Bellini di Napoli andò in scena Tango glaciale reloaded, un riallestimento di Tango glaciale, lo spettacolo di Mario Martone che nel 1982 aveva segnato – non solo nella storia del teatro italiano, ma più in generale delle arti contemporanee –una precisa soglia estetica, fu chiaro a tutti che la nostalgia non c’entrava nulla con l’operazione. Attraverso i corpi di tre giovanissimi attori (Giulia Odetto, Filippo Porro, Josef Gjura) che sostituivano gli interpreti di allora (Andrea Renzi, Licia Maglietta, Tomas Arana), è stato il presente, e non il passato, a manifestarsi. E ora che a Mario Martone viene dedicata una retrospettiva (a cura di Gianluca Riccio), 1977-2018 Mario Martone Museo Madre – dal 2 giugno fino al 3 settembre al Museo Madre di Napoli – ci sono serie ragioni per convincersi che, anche in questo caso, è la relazione viva con lo spettatore a rendere “possibile” la stessa forma delle opere, che altrimenti resterebbero mute. Il regista napoletano non va, insomma, a rinchiudersi in un museo per autocelebrarsi, ma tutto il contrario: «Più che una retrospettiva è un’azione, un gesto dinamico», dichiara Martone. 
FLUSSO
Tanto per cominciare, l’anniversario non è tondo, e quindi non ha niente di conclusivo, o tombale: 1977-2018. Quarantun anni di teatro, cinema e lirica, che partono da un primo gesto: la fondazione, a Napoli, della compagnia Falso Movimento. Poi, a parte alcune lettere capovolte, l’8 finale di 2018 è disposto in posizione orizzontale , «per evocare il numero infinito». Terzo buon indizio: il film di nove ore che scorrerà per le sale del Museo Madre è un “flusso” che non procede per ordine cronologico. «Tutto quello che ho creato, dentro il mondo del teatro, del cinema e della lirica, l’ho concepito come un flusso continuo. Ogni lavoro mi obbliga a fare tabula rasa. Voglio dire, non ho mai fatto dello stile una religione e non mi sono appoggiate a cose fatte, per questo la mia opera nel suo complesso può apparire disorientante» riflette Mario Martone. Prodotto dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, basato sui materiali provenienti dall’Archivio Martone e realizzato con la produzione esecutiva di Pav e il supporto della Fondazione Campania del Napoli Teatro Festival Italia, il film-flusso entra a far parte della collezione permanente del museo regionale campano. «Per me flusso è una parola importante, perché il movimento Fluxus che ha preso il via dalle idee di John Cage ha sempre fatto da ispirazione al mio lavoro. Il processo e il coinvolgimento dello spettatore vengono prima di ogni problema di linguaggio».
LIBERTÀ
Accanto a “flusso”, la seconda parola-chiave è “libertà”: «Ho sempre lottato perché i gruppi non fossero chiese chiuse e contro la cristallizzazione delle forme. Questa idea aperta del lavoro mi ha concesso la libertà di combattere contro i muri che ogni giorno si costruiscono in campo culturale e politico», continua il regista napoletano che, oltre ad aver diretto teatri stabili (il Teatro di Roma dal 1999 al 2000 e lo Stabile di Torino dal 2007 al 2017), ha vinto il Gran Premio della Giuria a Venezia per Morte di un matematico napoletano (1992), tre David di Donatello e vari premi Ubu per il teatro.
Spezzoni di film, spettacoli e opere liriche, galleggiano su questo nastro liquido della memoria a ricordarci proprio quello che si muove, al di là del muro, sott’acqua, nei paesaggi umani e per le strade delle nostre città che alla fine ci sono ignote. La pulsazione sonora di Napoli ne L’amore molesto, la ferita primordiale di Roma ne L’odore del sangue. Immagini di una vita sotterranea, inconscia: «Già, se ripenso a quel film, che è del 2004, mi fa impressione. In una scena de L’odore del sangue ambientata sul litorale di Ostia, raccontavo quello che è veramente successo dopo molti anni. Con il cinema, cerco di andare a scavare nel corpo delle cose. A teatro ho fatto tantissimi spettacoli, e mi accorgo invece di aver fatto pochi film. Il prossimo che uscirà in autunno, Capri Batterie, ispirato all’opera di Beuys, sarà solo il settimo. Questo perché il cinema sono io. Nel senso che io non sono attore. Il mio corpo non è in teatro ma è nel cinema. Il corpo del regista è il film stesso. Le due arti però per me sono legate, si chiamano tra di loro. Non avrei fatto Il giovane favoloso se prima a teatro non avessi messo in scena Le Operette morali di Leopardi».
LEGGEREZZA
Quando Mario Martone debuttò a teatro, non aveva ancora compiuto 20 anni. Lo chiamarono a lungo l’enfant prodige. Di anni ora ne ha quasi 59, e se gli chiedi cosa quale nuova condizione spirituale gli ha consegnato la maturità, si prende una piccola pausa per pensarci: «Forse mi ha portato un po’ di leggerezza. È vero che gli ultimi miei spettacoli, La morte di Danton, Il sindaco del Rione Sanità, non possono dirsi leggeri, ma trovo che la mano che li conduce attraverso la complessità sia lieve. La leggerezza nasce dall’esperienza. Antonio Neiwiller (assieme a Toni Servillo, Renato Carpentieri e tantissimi altri, si vede spesso nel film-flusso), diceva sempre: “Bisogna fare con quello che c’è”. Quando devi fare un lavoro e non hai niente. Ma anche quando hai disposizione una grande macchina produttiva. Non è vero che più hai e meglio è. Anzi. E questo l’ho imparato con la maturità».
Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 14:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA