Joan Baez: «Ops, mi sono accorta di avere una certa età»

Mercoledì 23 Maggio 2018 di Marco Molendini
viaggiare», Joan Baez racconta così la verità sul suo ritiro, che un po’ è vero e un po’ è marketing. Nel senso che, come al solito, nelle cose del pop i grandi annunci servono ad alimentare l’onda emotiva. «Sono stanca di passare le notti nei bus. Ma se mi chiedono un concerto lo farò ancora, se vicino a casa, se c’è da cantare in un festival o a partecipare a manifestazioni come attivista», spiega con sincerità Joan. Insomma, questo che è già in corso e ad agosto la porterà in Italia per quattro date (5 a Verona, 6 Roma a Caracalla, 8 a Udine e 9 a Bra), in ogni caso si presenta come l’ultimo viaggio musicale europeo della paladina dei diritti, di una voce che risveglia inevitabilmente la memoria: Martin Luther King, le lotte per i diritti civili, Woodstock, Bob Dylan, la guerra del Vietnam, Occupy Wall Street. 

Joan, a 77 anni, dire basta può essere facile, ma è anche difficile smettere di fare quello che si è fatto per tutta la vita. 
«So già come riempire il tempo. Mi piace dipingere. Sei mesi fa ho fatto la mia prima mostra, intitolata Mischief Makers».

Una sfilata di ritratti che va da Bob Dylan al Dalai Lama, a Martin Luther King: sono loro i piantagrane a cui si riferisce il titolo? 
«Sono personaggi che hanno contribuito a realizzare cambiamenti sociali, ma in modo non violento. I proventi sono andati a un’associazione che assiste gli immigranti». 

Sono passati 50 anni dalla morte di Martin Luther King, cosa ricorda di lui? 
«Il suo discorso in chiesa a Selma, davanti a un sacco di ragazzi. Mi misi a piangere dall’emozione. Erano tempi straordinari. Potevamo contare uno sull’altro, sapevamo dove volevamo andare. Non c’è lotta rispetto ad oggi, anche se ci sono parecchi motivi per manifestare».

Si riferisce al presidente Trump? 
«Basicamente c’è un fascista alla Casa Bianca. La differenza tra lui e Hitler è che lui non vuole conquistare il mondo, vuole fare solo soldi».

Il paragone è un po’ forte, lo ammetta. Trump sembra che non dispiaccia del tutto al popolo americano. 
«Si è dimostrato più intelligente di quanto si potesse immaginare. Ma è mosso soprattutto da un’esigenza, fare le cose per sentirsi una star. I risultati positivi sono del tutto casuali, gli interessa solo quanta gente applaude quando entra nella stanza». 

La sua storia musicale è cominciata nel 1959, quell’anno, ad agosto, partecipò a Woodstock. Pesano 60 anni di carriera? 
«Sono soprattutto stupita per tutto quello che mi è successo. E mi sorprende poter fare un tour come questo che mi porta in posti dove non suono da 30 anni con “un sold out” quasi automatico. Ma quando finirà, sarà finito». 

Intanto finalmente c’è un nuovo disco. Ricordo che tempo fa, parlando con lei del fatto che da anni non ne faceva, rispose: «Se ne farò uno dovrà essere il migliore della mia vita».

È così? 
«Whistle down the wind è venuto davvero bene. Probabilmente è perché ho avuto tempo di scegliere bene le canzoni: ci ho messo un anno poi, in studio, sono bastati tre giorni. Sono anche felice di come ho cantato». 

È il suo mestiere, perché si meraviglia?
«Non mi piace sentire il peso dell’età, non sempre riesco ad arrivare con la voce dove prima era facile. Ho passato un periodo in cui non riuscivo a cantare tre sere di seguito. Così sono andata da un terapista vocale che, praticamente, mi ha insegnato un nuovo modo di cantare». 

Il suo tour propone un viaggio nella sua storia e nella storia della canzone impegnata: c’è molto Bob Dylan, c’è Woody Guthrie, c’è Violeta Parra, c’è John Lennon. 
«Del nuovo disco ci sono solo quattro pezzi visto che ho molte canzoni che non posso non fare e c’è sempre uno spazio in cui canto nella lingua del pubblico (in Italia farò Here’s to you di Morricone)». 

Nella musica di oggi ci sarebbe spazio per una nuova Joan Baez?
«Oggi lo spazio è occupato dalla Bubble music, da Taylor Swift che per i suoi show usa sei tonnellate di confetti o come Beyoncè, che non ha nessun messaggio da offrire ma ha un gran corpo. Ci sono belle canzoni, ma nessuna come Blowin’ in the Wind». 

Sembra che, a 50 anni dal 68, l’America non abbia grande voglia di protesta. 
«Qualcosa si muove, la marcia contro l’uso delle armi nelle scuole è stato il primo grande movimento in America da anni. E c’è da impegnarsi sul problema più grande del pianeta, il global warming. Se non cambiamo stile di vita i nostri nipoti non riusciranno realizzare pienamente le loro vite».

Lei ci prova da anni a cambiare stile di vita. Continua a dormire nella sua capanna sull’albero in giardino?
«È diventata vecchia, non ci dormo da mesi, la devo ricostruire. Ma ogni tanto, se c’è la luna piena, passo la notte nel patio. Anche quando sono in hotel di notte prendo la scala di sicurezza e vado in giardino. Una volta ero in un albergo sul mare, la gente mi ha trovato che dormivo in spiaggia alle 6 del mattino e ha pensato che fossi pazza».

Dica la verità: ha deciso di mollare perché sente il peso dell’età?
«Con questo mestiere non ti accorgi di invecchiare. E poi so di essere stata di grande ispirazione per tanta gente, so che devo continuare a fare qualcosa».  Ultimo aggiornamento: 6 Giugno, 21:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA

LE VOCI DEL MESSAGGERO

Mattia 15 anni e un sogno Diventare arbitro di calcio

di Mimmo Ferretti