Ti storpio l’italiano a colpi di inglese

Martedì 21 Febbraio 2017 di Marina Valensise
«Parla come magni» è il modo autoctono e non poco beffardo che si usa qui a Roma, dove non si prende sul serio niente e nessuno, per invitare l’interlocutore compiaciuto e spesso un po’ tronfio a tornare alla realtà, a essere concreto e abbandonare l’astrazione coi suoi voli pindarici e le pose da cosmopolitismo senza radici. È un’espressione gergale e bellissima. E però non mi è chiaro come mai, raramente includa lo sberleffo verso l’interlocutore che infarcisce il discorso di parole straniere, possibilmente inglesi o appartenenti all’anglosfera, evitando di ricorrere alla versione italiana, che pure esiste e abbonda di svariati sinonimi. «L’inglese è più preciso», si giustifica in anticipo il locutore col vezzo dell’inglese due per tre, e se il tema della conversazione è la crisi della carta stampata annuncia inesorabile l’arrivo della “demise” per giornali e giornalisti, accompagnando il tutto col gesto della mano che mima una nave a picco. 

LE MOTIVAZIONI
Ma perché “demise”? Forse in inglese si nasconde meglio la cosa e il suo senso vero della cosa? Forse l’inglese serve a coprire il tutto di un velo pietoso, scongiurandone la minaccia, e allontanandone almeno a parole il rischio che si tramuti in realtà? 
È vero che il vezzo del locutore anglofilo risulta spesso incomprensibile persino agli anglofoni. E infatti, se il cialtronismo è un marchio di fabbrica, anzi, per restare in tema, un vero brand bisognoso di rebranding, sulla pronuncia non si va tanto per il sottile. Così, se nel caso del management l’accento alla vaccinara slitta prima alla seconda sillaba, assimilando pericolosamente la gestione aziendale all’imprecazione “mannaggia”, di uso familiare e corrente, l’inesorabile “demise” nel settore della carta stampata può essere confuso con l’arrivo di una certa Denise che i genitori per errore avranno registrata all’anagrafe con un “m” al posto della “n”. 

LA SPIEGAZIONE
In realtà, non si tratta di un nome proprio, ma di un sostantivo. Solo che nell’adozione alla vaccinara, il dittongo in uso nella pronuncia della “i” (ai) si perde per strada. Risultato? È come se invece di dire “mettimi un like” (pronuncia: laic ) il romano dicesse “metteme ‘n liche”. In questo modo, la previsione del collasso, del decesso, della fine, della rovina, della morte del giornalismo e della carta stampata si stempera nell’anglofilia e nel ridicolo, e fra le nebbie dell’approssimazione fonetica, la “demise” senza dittongo (che in bocca del romando diventa “demiiz” anziché “demaiz”) non spaventa più nessuno, con buona pace sia per gli anglisti e per i lessicografi nostrani.
Dev’esserci però una spiegazione in tutto questo. E forse bisogna cercarla nella correlazione tra l’abuso di anglicismi e l’esercizio compulsivo dell’autodenigrazione, assurta ormai a vezzo nazionale. Così può capitare di assistere alla conversazione surreale tra un osservatore che si lamenta della situazione italiana, infarcendo il piagnisteo di termini inglesi, e lo scettico suo interlocutore, che in cerca di conforto insiste nel difendere la lingua di Dante come ultima roccaforte dell’identità minacciata. 

I LAMENTI
Il primo esordisce in piena regola, declinando il lamento dapprima sull’incapacità dei politici, poi sulle carenze delle classi dirigenti, quindi sull’assenza di management (magari con l’accento al posto giusto), infine col rarefarsi delle virtù e il dilagare delle cattive abitudini di quei capitani di industria che faticano tanto, creano prodotti magnifici, aziende gioiello, diventano miliardari nel giro di trent’anni, e poi però da vecchi decidono di vendere tutto e si lasciano conquistare dal capitale straniero. Perché non sono riusciti a darsi un successore, hanno dei figli dementi, capaci solo di sfasciare le Ferrari correndo in piena notte sui circuiti da motocross per le stradine di campagna, non hanno saputo delegare ai manager, visto che l’impresa di famiglia, in un sistema sociale dove la famiglia assicura il welfare, è una parte del welfare…

Le ragioni sono tante…  ecco allora che il lamento sale di tono e si dilata sulla pochezza dell’industria italiana, la sua dimensione minuscola, la mancanza di organizzazione, la consistenza derisoria, l’assenza di prodotti ad alto valore aggiunto, perché l’unico settore che conquista i mercati è l’agroalimentare coi suoi salami e gli insaccati, ma non basta a reggere il confronto con la produttività dell’industria europea, anche se l’export italiano cresce in modo esponenziale e con l’export il fatturato… 

MANIFATTURA
Quando il vaso è colmo, lo scettico alza la mano e cerca di ricordare che esiste anche il comparto delle macchine utensili, vero gioiello della manifattura italiana, seconda in Europa… evoca i nomi gloriosi di tanti capitani di industria come Florindo da Rodi Corbanese di Tarzo,venditore ambulante di frutta nel bellunese a 13i anni, gelataio stagionale in Germania a 25, fondatore di aziende straordinarie a 40, fino all’ultima Irinox, che produce abbattitori rapidi di temperatura e il mondo intero ci invidia, o come il cavaliere Bertazzoni proprietario di Smeg, sigla che sembra tedesca, mentre è l’acronimo delle Smalteria Metallurgiche Emiliane Guastalla, o come i fratelli Gessaroli da Rimini, che producono dispositivi elettronici per cuochi e pasticceri….Ma a nulla vale l’energia di tanti, serve la speranza e la fiducia: il pessimismo incombe e nutre l’attesa d’una “demise” generale, che però, senza dittongo, forse non arriverà mai…. 

(1/continua)
Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio, 16:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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