«Il Reddito? Non tutto subito», ma Tria apre al deficit all’1,8%

Giovedì 20 Settembre 2018 di Alberto Gentili
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Luigi Di Maio, in Cina, rischia una crisi di nervi. Non senza sforzo, facendo capire che se non arriva il reddito di cittadinanza rischia la pelle perfino il governo, il capo 5stelle ha convinto il premier Giuseppe Conte a schierarsi. A rompere la linea della neutralità fin qui seguita. E a dichiarare urbi et orbi che il “reddito” va fatto e deve avere «un impatto significativo». Traduzione: non soltanto un antipasto da gennaio della riforma con le pensioni di cittadinanza a 780 euro, ma il varo completo prima delle elezioni europee di fine maggio. Obiettivo: evitare debacle o pericolosi cali elettorali.

Giovanni Tria, schierato in trincea a difesa dei saldi di bilancio e pronto a dimettersi nel caso fossero violati, non sembra però curarsi della svolta di Conte e della lotta per la sopravvivenza in cui sono impegnati Di Maio e tutto il Movimento pentastellato, pressati dalla feroce competition con la Lega di Matteo Salvini. La prova: dopo l’annuncio del premier, il ministro dell’Economia ha svolto una riunione con i tecnici di via XX Settembre, per concludere che qualcosa può concedere. Ma non più di 3.4 miliardi, spingendo il rapporto deficit-Pil al massimo all’1,8%, rispetto all’1,6% su cui era attestato finora. E ha spiegato: «E’ vero, il reddito di cittadinanza è nel contratto di governo e io intendo rispettarlo. Ma non con i tempi elettorali. Nel 2019 si può dare al massimo un segnale, potenziando ad esempio le risorse destinate al Rei», il reddito di inclusione varato dai governi del Pd. «E’ impossibile attuare per intero il reddito di cittadinanza entro il 2019». Segue postilla: «Le risorse ci sono, bisogna decidere in quale direzione spostarle».

E’ impossibile perché, come promesso a Bruxelles, nel 2019 è indispensabile dare un segnale nella direzione del calo del debito, evitando un peggioramento del deficit strutturale. «E questo si può fare», ha spiegato Tria, «solo se non si supera l’1,8% del rapporto deficit-Pil», con uno sforzo minimo dello 0,1% del saldo strutturale rispetto allo 0,6% richiesto dalla Commissione europea.
Insomma, la nuova linea Maginot dell’Economia è l’1,8%. Un segnale di disponibilità rispetto alle richieste di Di Maio e di Salvini che vorrebbero spingersi verso il 2,4, se non di più. Ma non sufficiente. Di Maio parla di «sfiorare il 3%, attingendo un po’ al deficit...». Conte proverà in queste ore al vertice Ue di Salisburgo a rosicchiare qualche decimale in più in termini di flessibilità. E anche il prudente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, non esclude «sforamenti». Però bacchetta gli alleati: «Si può anche superare il 2%, ma non con provvedimenti di tipo demagogico per acquisire consenso».

L’ATTACCO AL MEF
Il braccio di ferro tra Tria, sostenuto dal Quirinale, e la maggioranza e tra Lega e 5stelle, è perciò destinato a continuare. Ma nelle ultime ore, dopo il violento attacco di martedì, Di Maio cambia bersaglio. Rinuncia a colpire Tria («ha la mia piena fiducia»), consapevole che le sue dimissioni potrebbero avere effetti devastanti, con lo spread alle stelle e le già poche risorse disponibili erose dalla conseguente impennata della spesa per interessi. E torna a inquadrare nel mirino «l’apparato dell’Economia».
Già in luglio, dopo la diffusione di dati che parlavano di una perdita secca di 80 mila posti di lavoro a causa del decreto dignità, il leader 5stelle si era scagliato contro il ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, e il capo di gabinetto di Tria, Roberto Garofoli. Allora Di Maio «parlò di manine», di «vipere all’Economia», dicendo di avere bisogno al Mef di «persone di fiducia». E ora i 5stelle tornano all’attacco. Vorrebbero un «repulisti», «perché quelli lì non ci fanno vedere i conti, fanno i guastatori».
Diverso l’atteggiamento della Lega. Salvini ha ormai in tasca la riforma della legge Fornero con quota 100 e l’avvio della flat tax per gli autonomi, e non va alla guerra contro Tria. Tant’è, che la frase di Giorgetti «nessuno nel governo dorme sonni tranquilli, neppure il ministro dell’Economia», è più di maniera che di sostanza. Mentre è di sostanza, e molto sgradita ai 5stelle, un’altra frenata sul reddito di cittadinanza: «Non si deve fare tutto in un anno, l’importante è che si cominci un sentiero».
Ecco, esattamente ciò che a Di Maio non basta in vista del voto di maggio. C’è però anche un altro fronte: la Lega vuole portare la “pace fiscale” fino a 1 milione di euro. Per i 5Stelle così è un condono «e non lo voteremo mai». Ma dell’altolà degli alleati la Lega se ne infischia.
Ultimo aggiornamento: 21 Settembre, 07:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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