Il premio Carlo V a Sofia Corradi: «Erasmus, il mio capolavoro»

Il premio Carlo V a Sofia Corradi: «Erasmus, il mio capolavoro»
di Maria Lombardi
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Lunedì 9 Maggio 2016, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 17:49

Mamma Erasmus a 82 anni continua a sentire forte «il desiderio di abitare nel futuro». Perché lei è sempre stata lì. Quando ancora la più grande università di Roma non si chiamava “La Sapienza” e l’Europa unita era poco più che una visione, Sofia Corradi già immaginava una moneta unica, quella del sapere, e atenei senza confini. Con quarant’anni d’anticipo ha sognato L’appartamento spagnolo, il film del regista Cédric Klapisch (2002), un cult per le generazioni Erasmus. Merito suo se tre milioni di ragazzi hanno fatto le valigie per sostenere esami all’estero, imparato un’altra lingua e l’arte di cavarsela da soli in terra straniera. «Un’esperienza che regala più fiducia in se stessi. Basterebbe questo a farne un capolavoro».

LA VITTORIA
C’è voluta una lunghissima battaglia perché il mondo accademico e la politica accettassero l’idea degli studi a dimensioni europea e la burocrazia si svegliasse, adesso tutti si inchinano davanti a chi questa vittoria ha rincorso per anni. La professoressa Corradi, fino al 2004 docente ordinario di Scienze dell’educazione a Roma Tre, oggi nel monastero di Yuste a Caceres, in Estremadura (Spagna) riceverà il premio Carlo V. Ci saranno il re Filippo VI, Martin Schultz, presidente del parlamento europeo, il ministro dell’istruzione Stefania Giannini. Prima di lei hanno avuto questo riconoscimento Helmut Kohl, José Barroso, Jacques Delors, Simone Veil, Mikhail Gorbaciov e altre personalità che hanno contribuito a costruire l’Europa. «Quando me l’hanno detto mi davo i pizzichi per capire se era vero. Prima di me questo privilegio l’hanno dato a persone con cui non mi paragonerei. Sarà superiore ai miei meriti ma intanto me lo godo». E i soldi che avrà insieme al premio, circa 65mila euro, Sofia Corradi intende investirli in alcune ricerche sull’apprendimento a cui pensa da tempo.

L’UMILIAZIONE
“Mamma Erasmus”, gli studenti la chiamano così ed è il titolo di cui va più fiera. «Mi percepiscono come una persona che li incoraggia a volare fuori dal nido». Lei lo fece in tempi lontani, nel 1958, studentessa di Giurisprudenza a Roma vinse una borsa di studio Fulbright e per un anno frequentò la Columbia University di New York. Al ritorno a Roma chiese alla segreteria che le venissero riconosciuti gli studi all’estero risparmiandole i tre esami che mancavano alla laurea. «Il direttore della segreteria mi umiliò pubblicamente: signorina, lei pensa di andare a spasso per il mondo e poi di venire qui a chiedere la laurea. Vada a casa a studiare. Tutto è cominciato da quell’offesa. Non volevo che altri studenti patissero quel trattamento e mi rendevo conto di quanto fosse stato decisivo per me quel periodo negli Usa. Così nel 1969 è cominciata la mia battaglia per l’Erasmus: sono stati 18 anni di sconfitte».

IL SÌ DELLA UE
Sofia Corradi cerca di convincere rettori e ministri, da ricercatrice all’Onu sul diritto allo studio si batte come può. «Armata di ciclostili facevo propaganda in Italia e all’estero, ho rotto le scatole a mezzo mondo. Insegnavo all’università e tempestavo con i miei promemoria chiunque avesse un potere decisionale. Pensavo che sarebbe stato semplice e veloce riuscire a far passare questa idea, mi sbagliavo». Finalmente nel 1976 la Comunità economica europea approva un documento che incoraggia gli scambi tra le università di diversi Paesi e i viaggi degli studenti, parte il progetto pilota dell’Erasmus e nel 1987 la Ue ne decreta ufficialmente la nascita.

Finora ha coinvolto tremila università e consentito a tre milioni di studenti di frequentare l’ateneo di un altro paese per uno o due semestri e di vedere riconosciuto quel periodo di studi. Dal 2014 è stato potenziato come “Erasmus plus” e fino al 2020 può contare su un contributo finanziario di 15 miliardi di euro, il 45 per cento in più. Ha un altro sogno, professoressa Corradi? «Sì, a 82 anni ho ancora un sogno: vorrei che Erasmus plus si sviluppasse in una dimensione mondiale. È già prevista la possibilità di andare fuori dall’Europa, ecco vorrei che questa opportunità fosse sfruttata da sempre più studenti. A chi sostiene che andando fuori si sottrae del tempo alla studio e ci si diverte rispondo: quando si è allegri e si sta bene il tempo dello studio rende di più».

C’è chi vorrebbe rendere obbligatorie queste “trasferte” universitarie all’estero, oggi parte solo il 5 per cento degli studenti italiani. «Non sono d’accordo, deve essere una scelta. Giusto che lo facciano gli studenti davvero motivati. Quando tornano sono persone diverse: hanno una maggiore stima di sé, sono capaci di dialogare con chi è di una cultura diversa, sono meno provinciali e hanno una marcia in più». Pronti al futuro, come è ancora Mamma Erasmus.

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