Emanuela Orlandi, due sepolcri da aprire per cercarla: sì a sorpresa del Vaticano

Mercoledì 3 Luglio 2019 di Franca Giansoldati e Giuseppe Scarpa
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CITTÀ DEL VATICANO La calma nel minuscolo cimitero teutonico dentro al Vaticano, a ridosso di San Pietro, dove da secoli è prerogativa solo dei nobili tedeschi trovare sepoltura, per qualche ora lascerà spazio ad un evento eccezionale. I vertici del Vaticano dopo tentennamenti, indugi, ripensamenti hanno dato il via libera per l’11 luglio ad aprire due antiche tombe all’interno delle quali la famiglia Orlandi spera di trovare quel che resta di Emanuela, la quindicenne rapita in circostanze misteriose il 22 giugno di 36 anni fa, lasciando dietro di sé una scia di segreti legati ad un periodo storico travagliato: la guerra fredda, un Papa polacco che picconava i regimi comunisti, gli intrecci tra Ior e malavita. Cosa c’entrasse Emanuela Orlandi con tutto questo resta avvolto nel silenzio, lei che era solo la figlia di un commesso, benché in possesso della cittadinanza vaticana. Solo qualche giorno fa, alla messa nella chiesetta di Sant’Anna, la signora Maria, mamma di Emanuela, raccontava a un sacerdote dello strazio che ogni volta prova quando si riaccende l’attesa di trovare qualcosa. Non sapere dove sia sepolta, né come sia morta è una ferita atroce. Pietro, il fratello di Emanuela, non si arrende. Anche questo tentativo andava fatto. «Le persone scomparse vanno cercate non archiviate». Per anni ha puntato il dito sulla curia, a lui resta il sospetto che non tutti abbiano raccontato quello che sapevano. 

AUDIZIONE DEI CARDINALI
L’avvocato della famiglia, Laura Sgrò ha persino presentato una istanza per ascoltare alcuni cardinali che all’epoca dei fatti potevano sapere qualcosa. Nel frattempo il Segretario di Stato, Pietro Parolin ha dato l’ok all’apertura delle tombe sulle quali gli Orlandi chiedono una verifica in base ad una lettera anonima che suggerisce di scavare in un punto preciso. Il riferimento è ad una tomba sovrastata da un angelo che indica il terreno. L’indizio non è granché ma la decisione di Parolin è un segnale di attenzione dopo anni di silenzio. Non tutti però dentro le mura leonine sono d’accordo su questo modo di procedere, i mugugni ieri pomeriggio si sprecavano. «Purtroppo è una misura lesiva del buon nome dello Stato, descritto in questi anni nei modi più ignobili, prima una spelonca di ladri, poi il regno dei gay e ora il covo degli omicidi», sbuffava un monsignore. Il Papa è il primo a volere la verità. «Lo si capisce dal modo in cui avverrà l’apertura dei sepolcri. Qui tutti sanno che in quel camposanto non ci sono segreti e non troveranno nulla. Per seppellire qualcuno là dentro occorrono vari passaggi, permessi, è una cosa complicata e poi bisogna essere di nazionalità tedesca. 
Mi ricordo che quando morì un vescovo ungherese che lavorava al Sant’Uffizio e non lo si poteva seppellire in patria perché all’epoca c’erano ancora i regimi comunisti, fu deciso di dargli una tomba lì dentro. Le autorizzazioni furono difficili anche perché non era tedesco», ricorda l’arcivescovo Gianfranco Girotti. 

L’ESAME DEL DNA
Di fatto l’11 luglio quel minuscolo cimitero sarà piuttosto affollato: oltre ai familiari e agli avvocati, saranno presenti i magistrati del tribunale, i vigili del fuoco, gli operai, le guardie, i funzionari del Governatorato, i custodi e i sacerdoti della confraternita. Dopo la demolizione delle lastre lapidee il professor Giovanni Arcudi, preleverà frammenti ossei che porterà in laboratorio per l’esame del Dna. A oggi nessuno è pronto a scommettere che possano ricondurre a quella ragazzina inghiottita nel nulla mentre andava a lezione di musica in Corso Vittorio. Una inchiesta tutta interna al Vaticano. L’autorità giudiziaria italiana, infatti, non potrà intervenire dal momento che si tratta di uno stato estero. Ultimo aggiornamento: 10:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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