Il Pd cede un milione di voti a M5S. La Lega ne ruba due a Forza Italia

Martedì 6 Marzo 2018 di ​Diodato Pirone
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La radiografia del voto del 4 marzo offre un’enormità di spunti. Forse quello più interessante riguarda l’elettorato Pd: che fine hanno fatto, domenica, i 4 milioni di elettori (sui 11 milioni raccolti alle europee del 2014) che non hanno rinnovato la loro fiducia ai Democrat? A giudizio degli analisti della SWG la risposta è chiarissima: fatto 100 gli elettori PD del 2014, la metà è rimasta con Renzi; 15 se ne sono andati nel calderone del non voto, quasi 17 hanno preferito le insegne pentastellate (circa un milione di persone in assoluto), 8 le varie formazioni di centrodestra, qualcosa più di 3 sono emigrati verso la Bonino e solo 4 si sono spostati con Bersani e D’Alema. Enzo Risso, direttore della SWG spiega: «Il primo elemento che emerge con forza è che l’elettorato della sinistra si è stancato di una classe dirigente litigiosa, che ha prodotto una scissione a pochi mesi dalle elezioni e ha punito tutti, sia Renzi che quelli che hanno fatto la scissione. La migrazione riguarda soprattutto la fascia più popolare dell’elettorato della sinistra che è andata verso i Cinquestelle accusando i suoi dirigenti di non aver una visione del futuro e cedendo in parte alle sirene protezioniste, allo slogan “Prima gli italiani” della Lega».

IL CETO MEDIO
Estremamente interessante anche l’analisi dei flussi d’ingresso dei consensi verso la Lega. Nel 2013 meno del 20% degli attuali elettori di Salvini votò la Lega Nord. I consensi raccolti l’altro ieri dal Carroccio arrivano soprattutto dall’area del non voto (quasi il 30% dei neo elettori leghisti) ma è fortissimo (25%, che corrisponde a due milioni di consensi) anche l’afflusso di voti dall’ex Pdl, dalla sinistra e persino (8%) dai pentastellati. Come leggere questo flusso? Una parte del ceto medio italiano, dopo gli anni della crisi, chiede in qualche modo di poter tornare a galla attraverso qualche forma di protezione.

«Che è domanda assai diversa da quella rivolta dall’elettorato del Sud ai 5Stelle», assicura Risso. Secondo gli analisti SWG, infatti, la grande vittoria grullina nel Mezzogiorno è sinonimo di una spinta carica di enzimi ribellisti. Rabbia e richiesta di assistenzialismo al Sud si sono mischiati in una miscela fortissima che ha trovato nel messaggio dei 5Stelle una specie di detonatore non violento. «Ma i due populismi, quello leghista e quello pentastellato, si muovono su frequenze diverse - assicura Risso - Non si tratta solo di una distanza geografica con gran parte del Centro-Nord, area più dinamica, che ha preferito il centro destra».

E infatti a ben vedere le nuove linee di marcatura dell’elettorato italiano sono ancora più complesse. Com’era successo anche con il referendum del dicembre 2016, ad esempio molte grandi città del centro-nord, a partire da Milano e Torino, registrano un andamento del Pd decisamente migliore del dato nazionale. A Milano addirittura il Pd spesso fa bene anche nelle periferie. 

Ma basta osservare (vedi grafico in alto) il livello di penetrazione dei partiti nei vari ceti sociali per rendersi conto che i 5Stelle sono branditi dai ceti medio-bassi che li votano in massa (37%) ma anche da quelli medio-alti dove sono primo partito con il 29% secondo un andamento interclassista che in qualche misura ricorda la vecchia Democrazia Cristiana. Il Pd, invece, resta una presenza consistente soprattutto fra chi sta meglio (23%) e nel ceto medio (15%).
Parlando della cinghia di trasmissione fra i partiti e l’elettorato non si può non imbattersi in uno degli elementi centrali di ogni campagna elettorale: i leader.

Su questo fronte i dati SWG parlano da soli. L’87% dell’elettorato di Forza Italia ha votato per questo partito esclusivamente in omaggio alla guida di Silvio Berlusconi. «Attenzione però - puntualizza Risso - nelle nostre indagini è emerso per la prima volta nell’elettorato di Berlusconi una sensazione di fastidio per la sua incandidabilità, in qualche modo nascosta dietro la presenza del nome nel simbolo. Questo dato ha finito per favorire la Lega, specialmente fra gli indecisi, nel momento in cui Berlusconi ha proposto altri nomi per Palazzo Chigi».
Il leader che ha sicuramente funzionato meglio è stato Matteo Salvini, gradito all’80% da chi ha votato Lega. Meno amati dagli elettori dei rispettivi partiti sia Renzi che Di Maio la cui leadership è riconosciuta solo dal 50% di chi ha preferito Pd e M5S.

Resta da riferire di un fenomeno del quale si è molto discusso in campagna elettorale: gli indecisi. Fino agli ultimi giorni erano ben 6 milioni. Poi la metà ha deciso di non votare, il 5% (ripetiamo: cinque per cento) ha scelto Pd e Fi e oltre il 30% si è schierata con M5S e Lega. Cosa li ha convinti a una scelta di rottura? «Questa fascia di elettorato non voleva inciuci, non voleva essere escluso da combine fra Renzi e Berlusconi - chiosa Risso - Gli italiani insomma hanno chiesto di non essere presi in giro anche a costo di esporsi a qualche rischio».

Ultimo aggiornamento: 18:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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