Dino Buzzati, l'intellettuale timido che sublimò l’attesa

Dino Buzzati, l'intellettuale timido che sublimò l’attesa
di Carlo Nordio
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Sabato 22 Aprile 2017, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 23 Aprile, 23:20

Si definì un pittore prestato, per hobby,al giornalismo. In realtà Dino Buzzati fu molto di più: scrittore, scenografo, librettista, critico d’arte, costumista e poeta. In tutto il ‘900 soltanto Jean Cocteau ebbe una tale versatilità. Ma a differenza del suo omologo francese, presenzialista e un po’ istrione, Buzzati fu un intellettuale timido e riservato che mantenne, anche nell’abbigliamento, una compostezza maniacale. Tuttavia dietro questo minimalismo estetico si agitava una vitalità complessa e contorta, tale da oscurare le ribalderie della “lost generation” americana e degli esistenzialisti di Saint Germain de Près. Ne sono testimoni i suoi racconti. Ma soprattutto i suoi dipinti.

Dino Buzzati Traverso nacque il 16 Ottobre 1906 a San Pellegrino di Belluno, da una agiata famiglia con ascendenze nobiliari. Il padre era un giurista famoso, e avrebbe voluto farne un avvocato; ma Dino, come Petrarca e Montaigne, preferì la penna alla toga e si dedicò al giornalismo. Entrò al Corriere della Sera nel 1928 come praticante: ne sarebbe diventato una delle colonne come critico d’arte, inviato speciale, novellista e tanto altro. Nel 1940 pubblicò il “Deserto dei Tartari”, secondo molti il più bel romanzo italiano del 900. E’ la descrizione dell’attesa di un evento cruciale che non arriva mai, e quando arriva è già tutto finito. Il libro fu tradotto in molte lingue,e forse ispirò Beckett nel suo “Aspettando Godot”. Poi arrivò la serie di racconti, raccolti periodicamente in vari volumi. Il loro contenuto è tanto misterioso e ambiguo quanto lo stile è chiaro e impeccabile. L’onnipresente protagonista è la morte, che non viene mai nominata, ma evocata in simboli più allusivi: una talpa, un messaggero, una rampa di scale. Ad essa può essere applicato il monito, espresso in altra occasione, da Leon Gambetta: pensateci sempre, non parlatene mai. 

Nel 1963 pubblicò un “Un Amore”. Racconta di un cinquantenne insoddisfatto che frequenta giovani prostitute. Ne conosce una, Laide, (nome omen) che lo schiavizza in tutti i sensi. Questo povero architetto, “malade de volupté” accetta tutti i tradimenti, gli inganni e le umiliazioni immaginabili, e forse ne gode. Quando alla fine riesce ad avere la ragazza tutta per sé, capisce che era solo un mezzo poter allontanare il pensiero della torre nera che incombeva su di lui, e su tutti noi. L’Autore ritorna sempre lì. 
E la torre lo aspettava, nella forma della malattia che tante volte aveva esorcizzato senza mai nominarla: il morbo maledetto, che faceva cambiare stanza ai pazienti della clinica dei sette piani, nell’illusoria fiducia di una impossibile guarigione. Buzzati morì nel 1972, e volle che le ceneri fossero disperse sulla Croda da Lago, tra le sue amate Dolomiti.

RIFLESSO
Ma la morte, e la sua attesa, furono il riflesso di uno specchio ingannevole, dove Eros e Thanatos si avvicendavano fino a confondersi e ad annullarsi, in una frequenza ossessiva. Per capirlo è importante leggerlo; ma ancora di più guardare i suoi quadri.

Buzzati dipinse molto. Ma i suoi capolavori sono “I miracoli di Val Morel” e il “Poema a fumetti”. Nei primi, inventandosi i più bizzarri miracoli di Santa Rita, raccolse una serie di tavolette ex voto. Nel secondo, rievocando la storia di Orfeo, illustrò il viaggio di un giovane nel mondo dei morti, alla ricerca della fidanzata perduta. Sono un sintesi della sua immaginazione intricata e della sua filosofia negativa, dove la disperazione è eccitata dalla sensualità, che a sua volta la alimenta in una girandola di perversioni inaudite. Sono i trucchi escogitati dalla Natura per perpetuare la vita attraverso il desiderio, come cento anni prima Schopenhauer aveva denunciato predicando il Nirvana. Ma Buzzati li rappresenta con un compiacimento crudele, attraverso simboli apparentemente inconsistenti: i ronfioni, i gatti vulcanici, il serpenton de mari, il colombre, i vespilloni.

Via via fino alle formiche mentali, che assillano un tipografo con un ritornello spietato: lo sai che non esisti, e se esisti esisti male? Tuttavia l’aggressione non è solo psicologica: Roberta Klossowsky è pinzata nelle parti intime da un formicone, mentre Santa Rita estrae piccoli diavoli incarnati dalle mammelle di una peccatrice: un’ immagine che farebbe fremere i più esasperati masochisti. E il percorso di Orfi alla ricerca di Eura, nel mondo dei trapassati, è costellato di ammiccanti e insidiose tentatrici strette in corsetti, bardate di stivali e fruste, con seni arroganti e bocche allusive. 
Quale sessualità esprimono queste immagini singolari? Quella regressiva di un bambino mai cresciuto, quella raffinata di un libertino estetizzante, o quella repressa di un perbenista intimidito dalle sue stesse fantasie? Forse di tutto un po’. Esse non raggiungono l’aggressività pornocratica di Felicien Rops, né la macabra scheletricità di James Ensor, i due simbolisti che più gli si avvicinano. Anche nelle più intriganti allusioni a un feticismo estremo Buzzati mantiene, nella linearità pulita di un disegno accurato, una sorta di curiosità ingenua e infantile, che decanta la turpitudine dell’immagine. 

PREMESSE
Con queste premesse, non c’è da stupirsi che la cultura ufficiale, dominata dall’ossequioso servilismo all’estetica marxista lo abbia isolato da vivo e ignorato da morto. Perché Dino Buzzati non si è mai aggregato al conformismo plebeo. Non ha firmato appelli, non ha mandato messaggi; non ha nemmeno assunto l’aria macerata e circospetta dell’intellettuale corroso dai dogmi di Lucaks e di Marcuse. E tuttavia, o forse proprio per questo, la sua figura è oggi molto più viva e attuale di tanti altri scrittori. Perché senza annoiarci con petulanti prediche esistenziali ci ricorda, in una pagina o in un disegno, la precarietà della nostra esistenza, lambita dall’enigmatica pulsione dei nostri desideri adolescenziali. E l’estenuato torpore che alla fine affligge l’amante di Laide esprime il vuoto e la malinconia del mistero più profondo, dove persino la prospettiva di un aldilà sarebbe atroce, perché, come lamenta l’anima di un trapassato, mancherebbe persino la libertà di morire. 

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