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De Mita: Moro faceva politica per un’idea, oggi si troverebbe a disagio»

De Mita: Moro faceva politica per un’idea, oggi si troverebbe a disagio»
di Marco Ventura
4 Minuti di Lettura
Domenica 11 Marzo 2018, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 12 Marzo, 00:05

«Il pensiero di Aldo Moro alcuni definivano complesso, in realtà era molto chiaro perché analizzava le cose come erano, i fatti, mentre oggi la politica è una politica senza pensiero, senza analisi, senza speranza. Una politica di solo potere in cui il massimo dell’affermazione è dire: devo governare io». Ciriaco De Mita parla dall’alto dei suoi 90 anni da ex premier, più volte ministro e leader dc. Tra pochi giorni sono quarant’anni dal rapimento di Moro «e quando leggo e sento – dice - che qualcuno, non legittimato dal consenso, chiede il potere perché altrimenti la politica non vive, penso che forse per una volta si può quasi accettare la morte violenta di Moro».

In che senso?
«Oggi è la politica che è violenta. Oggi la legittimazione del potere deriva dalla volontà di chi lo esercita, non dal mandato popolare. E penso a Moro che osserva la terra mentre attorno a noi la vita è un deserto. Sono abituato all’analisi serena, alle ipotesi pensate in vista delle soluzioni. Non vedo più dialettica. Una volta il pensiero approfondiva i fatti e sui fatti si costruiva la speranza. Moro che appariva incomprensibile, è stato l’unico che sulla necessità di governare gli eventi non ha imposto una procedura ma cercato di trasmettere la “procedura necessaria”. Lui spiegava la complessità dentro un processo che per costruirlo esigeva passaggi che apparivano complessi, ma che erano i passaggi veri della persuasione.» 

La democrazia come comprensione degli eventi…?
«Non esiste l’evento desiderato ma esiste l’evento che si costruisce. Lui non diceva “devo governare io”, diceva che per governare c’è bisogno di consenso, la democrazia è questo. Oggi invece c’è un vuoto che si muove, una violenza che si impone, un’affermazione che non si spiega. Insomma, un arretramento sul piano del processo storico. Il governo per Moro era un servizio, oggi sembra un diritto. La sua complessità era di una semplicità infinita rispetto alla violenza del vuoto, del non detto, del non pensato… Dove può portare uno che si legittima come uomo del potere solo perché nuovo? La storia si cancella e il suo desiderio si impone… Qui è in gioco il processo democratico.» 

Torniamo all’uomo Aldo Moro…
«Era anzitutto una persona di una delicatezza infinita. Mai sentito imporre la propria opinione ma sempre cercare di aiutare le persone a uscire dalla complessità degli eventi. La politica come servizio. Altro che essere nuovi. Il rapporto tra l’uomo e la natura è complesso, e il pensiero per diventare fatto deve organizzare un processo.»

Quale metodo avrebbe applicato Moro oggi?
«Anzitutto, non credo che avrebbe lavorato per il processo tripolare. Un tempo i protagonisti della politica si battevano per un’idea: rispondere a una domanda, far crescere la libertà. Adesso in campagna elettorale non si parla, è un’estrazione del lotto: uno punta, esce il numero favorevole, ha vinto. Il resto non conta, mentre nel processo democratico è il resto che conta. E anche l’opposizione, conta. Ma può darsi che alla mia età mi sia rincoglionito.» 

Non scherzi…
«Faccio una fatica enorme ad ascoltare il non senso. Il dibattito tra le persone non è aiutarsi a capire, ma a dominare. Ma dominio di che? Il paradosso è che un potere così è difficile esercitarlo. La rappresentanza popolare è fondata non sul mandato di uno. Non a caso le parole possono cambiare nello spazio di qualche giorno. Il processo europeo ci interessa e poi non ci interessa, si rivendicano risorse che in realtà non ci sono. Moro di fronte al non pensiero si sarebbe trovato a disagio, però avrebbe avuto capacità di persuasione. Avrebbe ipotizzato due soluzioni: tornare a votare, perché il governo è legittimato dal consenso, o viceversa trovare un modo di convergenza tra gli opposti nell’interesse della collettività, non di una parte. Il potere in funzione dei diritti di tutti.»

Le convergenze parallele?
«Mah, qui c’è la convergenza del niente. Invece di afferrare col pensiero le difficoltà, si ipotizzano forme di governo senza motivazioni. Il problema è l’uscita dalla democrazia rappresentativa. Oggi invece di discutere i nostri limiti inventiamo forme politiche senza senso. Il movimento grillino è la voce della mancanza di risposta ai problemi delle persone. La domanda, il lamento, era legittimo. Ma non riuscendo il medico a spiegare o ridurre il lamento del paziente, non potrà che obbligare il malato a non lamentarsi.»
 

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