Intervista a Dario Argento: «Suspiria è il mio capolavoro. Mi sono sentito libero di fare qualsiasi cosa»

Martedì 28 Agosto 2018 di Gloria Satta
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Suspiria è il mio capolavoro. È il film in cui mi sono sentito più libero di portare sullo schermo le mie fantasie, i miei sogni, i miei incubi. Mi sono lasciato trascinare dal mio universo interiore più oscuro senza remore, senza limiti». Dario Argento, 78 anni portati alla grande, rievoca con evidente piacere il cult del 1977 che ha ispirato Luca Guadagnino, tra gli autori più attesi della Mostra di Venezia con il remake di quell’horror applaudito in tutto il mondo e sceneggiato dal maestro con Daria Nicolodi, all’epoca sua compagna e mamma di Asia che aveva due anni.

Non è stato solo il romanzo di Thomas De Quincey a darle l’idea di girare Suspiria?
«Mi ha solo fornito un piccolo spunto. Nel film, che avrebbe inaugurato la mia Trilogia delle Madri (conclusa da Inferno e La terza madre, ndr) c’è una sola citazione del libro. Per il resto, Suspiria è pieno di invenzioni e di sfide».

La più spericolata?
«Macchine da presa volanti, punti di vista originali, colori esasperati. Mi ero messo in testa fin dall’inizio di realizzare un’inquadratura diversa dall’altra e ci sono riuscito: su un totale di milleduecento, mi sono ripetuto solo un paio di volte. Ed è stato faticosissimo».

Come scelse le attrici?
«Mi ero innamorato di Jessica Harper vedendola recitare Hair in teatro a New York. Lei ci pensò un po’, poi accettò di girare il film. Anche le altre, da Stefania Casini a Joan Bennett, che interpreta la direttrice della scuola, le scritturai perché erano giuste per i rispettivi ruoli».

Fu una lavorazione tranquilla?
«Nemmeno per sogno. Succedevano sul set ogni giorno cose stranissime, misteriose, apparentemente inspiegabili che lasciavano immaginare chissà quali sortilegi».

Di che genere?
«Qualcuno diceva che le streghe portavano sfortuna e avevano gettato la maledizione sul film. Un addetto alla produzione segnava su un taccuino tutte le cose inquietanti che succedevano, io nemmeno me le ricordo. Per fortuna».

Anche secondo lei si trattava di un film ”maledetto”?
«Ma quale maledizione... Suspiria, una volta uscito, fu un successo clamoroso in tutto il mondo».

Ma in Italia le critiche non furono tutte tenere.
«A differenza degli americani e dei francesi, che scrissero cose esaltanti, gli italiani non avevano capito il film».

Per lei cos’era?
«Una storia di bambine che sono in realtà delle donne. Il film fu rivoluzionario perché era tutto al femminile. Oggi le protagoniste donne rappresentano la norma, ma più di quarant’anni fa erano un’eccezione».

Anche i colori contrastatissimi contribuiscono ad aumentare la tensione e la paura: come riuscì a ottenerli?
«Volevo replicare l’effetto del Technicolor delle origini. Per intenderci, quello dei western di John Ford. Fu Luciano Tovoli, il grande direttore della fotografia, ad avere l’idea di sostituire le pareti con delle pezze colorate. Saccheggiò i negozi di stoffe di tutta Roma e mise i tessuti anche sui ”bruti”, i potentissimi riflettori di scena, al posto delle tradizionali ”gelatine”. Geniale».

Quando ebbe l’idea di realizzare la Trilogia delle Madri?
«Proprio mentre giravo Suspiria. Venivo dal successo di Profondo rosso e decisi di fare qualcosa di diverso».

È rimasto sorpreso dal fatto che “Suspiria” ha influenzato il cinema di non pochi autori?
«L’ho sempre saputo. Alcuni registi mi hanno confessato di essersi ispirati al mio film, altri lo hanno fatto senza dirmelo ma poi se ne sono accorti tutti».

Ha visto il remake di Luca Guadagnino?
«Che l’abbia visto o no, non ha importanza. Ogni regista è libero di fare il film che desidera. Il mio Suspiria, che l’anno scorso è uscito nella versione restaurata ed ha avuto un nuovo grande successo in tutto il mondo, resta un gioiello. Un capolavoro». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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