Dacia Maraini: «I romani ostaggi di piccoli gruppi egoisti»

Dacia Maraini: «I romani ostaggi di piccoli gruppi egoisti»
di Lorenzo De Cicco
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Domenica 25 Febbraio 2018, 00:05

«Guardi, per fortuna oggi sono a Boston...», dice dall’altro capo del mondo Dacia Maraini, toscana di nascita ma romana d’adozione - abita da anni in Prati - mentre la Capitale vive l’ennesima giornata di ordinaria paralisi, «ostaggio», come ha saputo la scrittrice perfino negli States, della concomitanza di manifestazioni di ogni risma, stabili o con serpentoni erranti per le vie del centro storico. «Dovrebbe prevalere il senso di collettività, non l’individualismo di certi gruppetti», dice con voce irritata.

Ma come, lei che è stata ed è un simbolo dell’antifascismo nella cultura, si smarca dai cortei di ieri pomeriggio?
«Allora, io naturalmente sono per la libertà di espressione e di manifestazione, sia chiaro...».

Ma?
«Ma questi diritti non possono distruggere completamente la libertà di muoversi dei cittadini, credo che vada trovato un compromesso e soprattutto che non si possano concentrare tutte le dimostrazioni negli stessi orari. L’interesse dei cittadini deve essere tenuto in considerazione, anche perché i romani non hanno la possibilità di scioperare per questi disagi».

Per paradosso, quindi, anche i romani che restano imbottigliati nel traffico dovrebbero scioperare?
«Ecco, bravo... Non si può schiacciare completamente la libertà di spostarsi e di muoversi. Bisogna trovare un accordo, anche sugli orari e sui luoghi. Credo che questo compito spetti anche a chi amministra, bisogna garantire una città vivibile. Altrimenti i cittadini diventano ostaggio dei vari gruppi. Io ora, come le dicevo, sono a Boston che non è una capitale ma è una metropoli enorme; anche qui ci sono tante manifestazioni, ma la città è molto rigorosa, ci sono controlli, si fa in modo che gli eventi non si sovrappongano. È una questione di organizzazione».

Lei che è anche una donna di teatro, una drammaturga, ha l’impressione che a volte si scenda in piazza più per teatralità, per un gioco delle parti, che per la difesa di qualcosa?
«Più che teatralità, direi che c’è una frammentazione e un individualismo eccessivo. Ogni gruppetto fa partito a sé e ha la pretesa di farsi sentire. I cittadini devono anche ragionare in termini più ampi, collettivi. Non si può pensare che ogni gruppetto faccia manifestazioni. Servirebbe più senso della collettività».

Ieri, insieme ai No-Vax, agli anti-Jobs act, agli antagonisti, hanno manifestato anche gli antifascisti. Lei che da bambina ha conosciuto per tre anni la ferocia di un campo di concentramento, insieme alla sua famiglia in Giappone, cosa ne pensa di chi oggi fa politica parlando del pericolo di un fascismo di ritorno? Le sembra una minaccia reale?
«La mia impressione è che i nostalgici in questo Paese ci siano sempre stati, prima magari stavano in silenzio, ora mi sembra che vogliano farsi sentire. A loro direi di guardare indietro, di leggere Primo Levi, di ripartire dalla memoria. Ma questo è un discorso che riguarda anche chi mette in dubbio i vaccini».

Le famose “fake news” di cui oggi si sente molto parlare e che lei aveva in qualche modo anticipato nel suo libro “Menzogna felice”, che affrontava le falsità che circolano nel web. Certo, lì lei volava alto parlando delle menzogne e della poesia, oggi c’è in ballo la prevenzione dei bambini, le malattie...
«Per quello dico che è importante la memoria. Se oggi noi abbiamo smesso di avere epidemie che facevano milioni, non migliaia, milioni di morti in tutta Europa è stato per i vaccini. Penso al colera, al vaiolo, alla tisi. Ogni rimedio ovviamente ha qualche punto debole, ma il rischio va affrontato».

Andrà a votare il 4 marzo?
«No, sarò ancora impegnata in America per alcune lezioni nelle università. Dopo Boston andrò a Rhode Island, poi a New York».

Molti italiani, stando ai sondaggi, non andranno a votare non per motivi, diciamo, di “trasferta”, come lei, ma per disaffezione. A lei dispiacerà non esserci?
«Sì, mi dispiacerà molto. Il biglietto lo avevo prenotato un anno fa».

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