Il racconto di Dacia Maraini: «Come lo chiamerete?» «Gesù», rispose l’uomo

Il racconto di Dacia Maraini: «Come lo chiamerete?» «Gesù», rispose l’uomo
di Dacia Maraini
7 Minuti di Lettura
- Ultimo aggiornamento: 28 Dicembre, 20:01

Avevano camminato tutta la mattina l’uomo e la ragazza. Lei aveva i piedi gonfi che premevano contro le bende avvolte attorno alle caviglie. Lui che era più vecchio, si appoggiava a un bastone. Avanzavano lentamente verso la piccola città dove erano diretti, che ormai distava solo poche miglia. Improvvisamente furono raggiunti dal rumore di un carro tirato da due cavalli che avanzava sollevando una nuvola di polvere rossiccia. Si ritirarono sul ciglio erboso della strada e aspettarono che il carro passasse. I cavalli avevano la bava al muso, un uomo in piedi li frustava impietosamente. La ragazza si coprì la bocca con le due mani. La polvere vorticava e penetrava sotto le tuniche dagli orli lisi e stracciati. L’Uomo disse: «Sei stanca?» Lei rispose di sì. Il ventre gonfio sotto la lunga tunica sembrava tremare. L’uomo le appoggiò una mano sulla pancia e sorrise contento: «Il bambino si muove con energia. Sarà certamente un maschio!». La donna annuì. «Dobbiamo levarci dalla strada», aggiunse lui con voce preoccupata, «stiamo mangiando polvere e non abbiamo niente da bere».
Da lontano videro un asino che avanzata trotterellando lungo la strada polverosa, con sopra un vecchio dalle gambe lunghe e magre. Un nugolo di mosche copriva la testa del povero asino che sembrava più magro e più vecchio del suo padrone. «Ce l’hai un poco d’acqua per mia moglie che è in cinta e ha la bocca piena di polvere»? chiese l’uomo quando il vecchio fu alla loro altezza. Il contadino fermò l’animale con uno schiocco della lingua. E l’asino certamente fu contento di questa sosta inaspettata perché prese a scuotere la testa per scacciare le mosche agitando la lunga coda grigia.

IL PARTO
Il vecchio osservò la giovane donna dalla pancia gonfia che respirava male; osservò il velo azzurro impolverato che le avvolgeva i capelli sudati, osservò l’uomo che si appoggiava al bastone lungo e nodoso. È una ragazzina, pensò, avrà sì e no sedici anni. Provò pietà. Scese dall’asino e le offrì di salire al suo posto. La ragazza scosse la testa. Non le sembrava giusto prendere il posto di quel vecchio che aveva l’aria di non reggersi in piedi. E poi come avrebbe fatto a montare su quell’asino, senza cadere? Oltretutto si vergognava di mostrare i calcagni callosi e sporchi di fango che spuntavano sotto la tunica. Ringraziò, si avvicinò all’asino e prese a carezzarlo sul muso. Le mosche si posarono golose sulla sua mano. Ma lei non mostrò di esserne infastidita. Con le dita aperte cercò di cacciare gli insetti che vorticavano attorno al muso tozzo dell’animale. Ma il vecchio insistette. E infine, con l’aiuto del marito, la donna salì in groppa all’asino e così si incamminarono tutti e tre verso la piccola città di pietre rosa che li aspettava al di là delle colline.

Ma mentre cavalcavano sotto il sole, contornati da un nugolo di mosche sempre più fitto, la donna si fece pallida e cominciò a tremare piegandosi su se stessa. «Che c’è»? chiese l’uomo premuroso. «Il bambino...» mormorò lei chinando il capo. Le fitte al ventre si erano fatte sempre più forti e sentiva un liquido caldo che le colava lungo le gambe. Il vecchio fermò l’asino, la aiutò a scendere. Intanto si guardava intorno cercando un riparo.
«C’è una grotta laggiù», disse indicando la piccola valle secca, sovrastata da una montagna di pietra grigia. «Andiamo, l’aiuto anch’io, non passiamo lasciarla partorire in mezzo alla strada». Il vecchio tirò fuori una energia che nessuno avrebbe immaginato. Con una mano afferrò la corda che teneva legato l’asino, con l’altra agguantò un braccio della ragazza e prese a tirare sia l’uno che l’altra verso la grotta, attraversando una radura arsa, spruzzata di qualche cespuglio spinoso. L’uomo si affrettò a sorreggere la moglie afferrandola per l’altro braccio. Quando arrivarono alla grotta, videro che dentro c’era della paglia e in un canto la brace di un fuoco che qualcuno aveva acceso e poi abbandonato. Si sedettero sulla paglia e attesero. La donna si lamentava a voce bassa, con timidezza a discrezione, tenendo le due grandi mani da lavoratrice aperte sulla pancia dolorante. Il marito le sosteneva la schiena. Il vecchio disse: vado a cercare un poco d’acqua e uscì dalla grotta.

Quando rientrò tenendo in mano una brocca di terracotta che aveva ottenuto da un contadino della zona, vide che il bambino era già nato e il padre lo stava pulendo con il velo della giovane madre. La donna era distesa sulla paglia e si lamentava con voce di uccellino. Il neonato aveva la pelle così chiara che gli sembrò illuminasse la grotta con il suo splendore. Non piangeva, non urlava come fanno tutti i bambini appena nati, ma già sedeva per terra incrociando le gambine e si guardava intorno con aria curiosa. «Ha gli occhi come due stelle», disse il vecchio, sorpreso da quella creatura appena nata e già così pronta ad affrontare il mondo. Notò inoltre che, mentre era via a cercare acqua, nella grotta era entrato un bue bianco dalle corna piccole e ritorte che mangiava placido il fieno su cui era adagiato il neonato. Accanto, il suo vecchio asino magro e sfiatato, sembrava felice che nella penombra le mosche fossero scomparse lasciandogli il muso libero. Non mangiava il fieno, ma se ne stava muto e incantato a contemplare il bambinello che, ancora senza denti e pelato, si era messo a ridere nel sentire il morbido e caldo muso del bue che gli solleticava una guancia.

Il vecchio porse la brocca alla giovane madre che bevve con avidità, a grandi sorsi, come se non toccasse acqua da mesi. Non lasciò neanche una goccia per il suo uomo che pure soffriva la sete. Quando si accorse di avere bevuto tutta l’acqua, si vergognò della propria avidità e fece per alzarsi per andare a prenderne dell’altra, ma non ce la fece a reggersi sulle gambe e tornò a sedersi sulla paglia, accanto alla sua creatura.

IL BUE E L’ASINO
Il bambino scalciava in silenzio. La madre si chinò su di lui mormorando: «Vieni che ti do il latte». Tirò a se il neonato che si lasciò accarezzare e prendere in braccio. Con fare pudico la ragazza estrasse dall’apertura della tunica sporca e sgualcita un piccolo seno da adolescente e lo porse al figli[/FORZA-RIENTR]o che prese a succhiare dolcemente, chiudendo gli occhi beato. Il padre lo osservava, preoccupato che in quella grotta, nudo com’era, non prendesse freddo. Per questo si spogliò della lunga tunica, ne strappò una striscia lungo l’orlo e l’avvolse attorno al corpicino del figlio. Fu il solo momento in cui il bambino, allontanato dalla delizia del latte materno, fece un verso cupo, di contrarietà. Spalancò gli occhi che aveva castani, liquidi e pensosi e si guardò intorno aggrottando le sopracciglia.

La giovane madre rise di quel corruccio e l’anziano padre gli afferrò un piedino bianco, se lo portò alla bocca e lo baciò con tenerezza. Il proprietario dell’asino intanto stava perlustrando la grotta, per cacciare via serpenti e topi. Poi prese a rinvigorire il fuoco con legna fresca. La grotta si riempì di un fumo aspro che fece tossire la giovane madre. Il vecchio si chinò a soffiare con tutto il fiato che aveva e smise solo quando vide che i ciocchi avevano preso ad ardere e il fumo si era fatto sottile e sgusciava verso l’ingresso della grotta. «Devo andare al mio lavoro», disse inginocchiandosi un momento a contemplare il bellissimo bambino che faceva luce come una lampada. «L’asino viene con me. Ma verso sera ve lo riporto, in modo che possiamo arrivare in città con la donna seduta e il neonato in braccio. Avete bisogno di altro»? Il padre rispose di no e lo ringraziò per il sostegno dato. L’altro rispose che alla sua età era stato una gioia vedere nascere una nuova creatura. 
«Come lo chiamerete»? chiese distrattamente.
«Gesù», rispose l’uomo, «siamo diretti a Betlemme».
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA