Dacia Maraini: «Pelosi ha sempre mentito sulla morte di Pasolini»

Dacia Maraini: «Pelosi ha sempre mentito sulla morte di Pasolini»
di Malcom Pagani
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Domenica 20 Agosto 2017, 00:01 - Ultimo aggiornamento: 28 Agosto, 00:29

Un novembre ancora giovane del 1975: «Non appena venimmo a sapere che la Polizia aveva fermato Pino Pelosi a bordo dell’Alfetta di Pier Paolo capimmo che a ucciderlo non poteva essere stato lui. Non aveva addosso neanche un graffio, mentre all’Idroscalo, il corpo a corpo di quella notte doveva essere stato terribile e Pasolini era una fontana di sangue. La morte di Pelosi è la morte di un bugiardo. Di uno che ha sempre mentito, forse anche a sé stesso. A suo tempo andai persino a trovarlo in prigione. Volevo parlargli perché speravo di trovare qualcosa che mi aiutasse a comprendere. Non incontrai una persona particolarmente perversa, anzi. Davanti a me c’era un uomo travolto dalle circostanze, dalla sua epoca, da chi lo ricattava. Nella sua confessione ballavano troppe contraddizioni e gli inquirenti avrebbero dovuto andare subito in fondo. Ma non lo fecero e chiusero il caso. Un reo confesso sulla scena di quel delitto era troppo comodo per tutti. Adesso è tardi e la verità su Pasolini, temo, non la sapremo mai». Dacia Maraini è in Abruzzo. A ottant’anni osserva ancora le stesse regole della giovinezza: «Mi sveglio prima delle 7, mi siedo al tavolo e lavoro. A scrivere ho iniziato prestissimo, a tredici anni, con il giornale della scuola. Il resto è venuto da sé, con naturalezza, forse per eredità familiare. A casa, da mio padre a mia nonna che nella sua lingua madre, l’inglese, componeva romanzi, scrivevano tutti».

Quando ha deciso che scrivere sarebbe diventato il suo mestiere?
«Ho sempre saputo che sarebbe successo, ero circondata dai libri, fin da piccola». 

È stato facile? 
«In un’epoca molto più misogina dell’attuale, era difficile prendere sul serio una ragazzina che scriveva. Destavo sospetto. Nei miei confronti, c’era più un’arietta di sufficienza che di critica: “Cosa vuole questa? Come si permette?”».

Quanto è durata la diffidenza? 
«Fino al primo vero successo internazionale, Marianna Ucrìa, decenni dopo. L’atteggiamento cambiò in un istante». 

Era un successo costruito a tavolino? 
«Pensavo non avrebbe venduto una copia. Con la storia di una sordomuta credevo di aver scritto un libro per pochi. A mia memoria non ho mai capito in anticipo come sarebbe andata in libreria per un mio libro. Il rapporto con il pubblico sfugge al tuo controllo e comunque io non l’ho mai inseguito. Uno scrittore non dovrebbe porselo come problema né cercarlo». 

Perché?
«Perché c’è poco da cercare. Il successo è un elemento misteriosissimo, condizionato da decine di variabili. Viene o non viene, c’è o non c’è, ma non dipende mai da chi scrive. E forse è meglio così. L’esito di un libro non corrisponde quasi mai al suo reale valore, ci sono tante cose che vanno per la maggiore e spesso non valgono niente». 

Qual è il compito dello scrittore? 
«Cercare di capire cosa si agita nella nostra immaginazione, cosa ci sta a cuore e come lo si vuole comunicare al meglio delle nostre possibilità. Il libro deve farlo con le emozioni, emozioni contenutistiche e formali, non meno importanti. Il contenuto passa attraverso la forma: una struttura musicale e personale che si esprime attraverso lo stile. Se non ce l’hai, puoi avere da dire la cosa più importante del mondo, ma purtroppo non sarai in grado di farla arrivare a nessuno. Lo stile è un’impronta digitale. Appartiene a chi scrive. E marca la differenza tra chi ce l’ha fatta e chi purtroppo non ci è riuscito». 

Se ripensa alla sua infanzia che sensazioni ha? 
«Ho vissuto esperienze drammatiche che hanno certamente influito sulla mia immaginazione. Ancora oggi non riesco a pensare e quindi a scrivere una storia leggera». 

I primi anni li passò in Giappone. 
«Partimmo nel 1938. Mio padre Fosco c’era finito per ragioni di studio. Nel 1943 si rifiutò di aderire a Salò e fu spedito insieme alla famiglia in un campo di concentramento: un evento più tragico che drammatico. Mi stupivo ogni sera di essere ancora in vita». 

Quanto sono state importanti quelle esperienze per la sua formazione? 
«Se sia stato più importante vivere in tempo reale quelle privazioni o analizzarle successivamente, non lo so. So che però continuo a elaborare quell’immaginazione perché è stata formativa e che le mie storie in un certo senso derivano tutte da quell’esperienza. Mi ha lasciato ferite e cicatrici che nel rapporto con la realtà mi porto dietro da sempre e che non andranno mai via». 

Da ragazza ha fatto molti mestieri. 
«L’aiuto segretaria, l’hostess, l’assistente fotografa, la doppiatrice, la traduttrice. Avevo bisogno di guadagnare per essere indipendente e autonoma. Eravamo nullatenenti. Per anni abbiamo fatto la fame». 

Dice davvero? 
«Se è vero che l’estrazione di mia madre Topazia era aristocratica e che quella di mio padre, almeno inizialmente, aveva sfiorato il benessere, è altrettanto vero che eravamo presto precipitati nella povertà più nera. Avevo le scarpe bucate e d’inverno, indossavo il cappotto di mio nonno con le maniche rivoltate. Lavorare confinava con una necessità reale». 

E questa necessità la opprimeva? 
«Non volevo la ricchezza dei soldi da spendere in automobili e vestiti firmati e non mi è importato molto del denaro neanche quando ho iniziato a guadagnarlo. Mi premeva averne a sufficienza a poter scrivere in pace. Cercavo lavori part-time, occupazioni che non mi distraessero troppo dalle attività che consideravo più importanti: leggere, scrivere e viaggiare».

Che Roma era quella dei primi anni ’50? 
«Una Roma in via di trasformazione. Ho l’età per ricordarmi i contadini in visita con i loro prodotti da vendere e il loro gregge di pecore a fianco in Piazza del Popolo. Quel passaggio di consegne tra mondo rurale e modernità, tra campagna e nuove costruzioni, venne gestito in modo arrembante, selvaggio e irreparabile senza alcuna intelligenza comunitaria alla base. Vennero eretti i quartieri dormitorio, i palazzoni di Centocelle senza parchi, biblioteche, teatri o cinema a crescere armonicamente intorno. Roma ha le sue bellezze, ma il decennio tra gli anni ’50 e ’60, con le case tirate su in fretta e furia in periferia, fu senz’altro il peggiore».

La sua prima casa romana era dalle parti di Piazza Bologna.
«Orribile. Quando ci spostammo con mio padre di fronte al Tevere le cose migliorarono. La casa di mio padre era piccolissima. Lui dormiva in salotto e io e mia sorella ci litigavamo l’unico tavolo della stanza, ma il posto, a differenza delle periferie che nascevano allora, era molto bello».

Le periferie erano un vivo interesse di Pasolini. 
«Era una questione antropologica. Pier Paolo amava il sottoproletariato perché lo considerava immune dei valori borghesi. Pensava che lì ci fossero persone ancora capaci di esprimere allegria e gioia di vivere, gente non toccata dall’avidità e dalla volgarità borghese».

E si sbagliava? 
«Secondo me sì. Il suo era un bel sogno. Un’idealizzazione su cui fece ampiamente in tempo a ricredersi. Riparlando in seguito di sottoproletariato, sostenne che si era corrotto trasformandosi in una piccola borghesia atroce e violenta. In verità era sempre stata tale». 

Con una semplificazione si potrebbe sostenere che quello stesso sottoproletariato l’abbia ucciso. 
«È così». 

Che idea si è fatta della sua morte? 
«Che esistesse un mandante e ci fossero più esecutori. Pier Paolo non è stato ucciso perché era omosessuale, la sua omosessualità, proprio come quella di Visconti, non ha mai scandalizzato nessuno. Pier Paolo ha fatto politica. Ha parlato della morte di Enrico Mattei e della corruzione del Palazzo, ha detto di conoscere la verità sulle stragi, ma di non avere le prove. Si è gettato nella mischia e ha pagato». 

Chi gli ha fatto pagare il prezzo della sua curiosità? 
«Le prove non le ho neanche io, ma ho sempre pensato c’entrassero i Servizi segreti deviati. Molti sospetti cadono su questa parte oscura dello Stato italiano che a sua volta è responsabile della grave colpa di non aver mai voluto indagare su questo aspetto. In Italia è esistita una forza occulta e parallela allo Stato, simile a quella dei paesi dittatoriali, che non è stata studiata a fondo né tantomeno perseguita. Una forza che a volte per fare il lavoro sporco si è giovata a ondate della Mafia, della ‘Ndrangheta e della criminalità organizzata. Con queste forze, forse per paura o convenienze elettorali, la politica ha sempre trattato. Abbiamo visto che fine abbia fatto chi da Falcone a Borsellino ha osato accendere un faro sulle connivenze». 

Con Moravia parlaste mai della fine di Pasolini? 
«Dell’assassinio di Pier Paolo discutemmo insieme tante volte. Sapevamo entrambi che il colpevole non era chi aveva sbandierato la propria colpevolezza, ma non riuscimmo a fare nessun passo avanti in direzione della verità. Solo ombre. Solo ipotesi». 

A più di quarant’anni dalla sua morte, il ricordo di Pasolini è scisso tra le improbabili rivelazioni sul suo delitto e la commemorazione di maniera. C’è qualcuno che abbia davvero provato a rileggerne l’opera in questi anni? 
«Quando si diventa personaggi, lo stereotipo è sempre in agguato. Al pari del santino. Pensi a Guevara, di cui ho appena riletto i diari. È finito sulle magliette come se fosse un angelo caduto dal cielo che duellava contro le iniquità del mondo, ma la realtà di un combattente, per forza di cose, è più contraddittoria e sfaccettata di un’immaginetta. La stessa cosa vale per Pasolini, una persona complicata e piena di contraddizioni assurta a mito pop, non certo per colpa sua». 

«Poeti come Pasolini - disse Moravia - ne nasce uno ogni cent’anni». Vale di più la poesia, la prosa o il cinema di Pasolini?
«Alberto aveva ragione. Pasolini è stato prima di tutto un grande poeta. La sua poesia civile è di grande portata, di grande forza. In secondo piano metto il cinema: un cinema pieno di bellissimi film, colto e pittorico, legato ai grandi artisti del ‘400- ‘500 come Masaccio e Pontormo. Per ultimo metto il narratore: l’operazione di “Ragazzi di vita” è più linguistica che letteraria. E comunque mi convince meno». 

Con Moravia e Pasolini lei fece molti viaggi. 
«Nonostante l’apparenza ingrugnita, il meno taciturno tra i due era proprio Alberto. Moravia era un grande conversatore, un uomo spiritoso dall’umorismo surreale, un ottimo compagno di viaggio e di vita e un bravissimo comunicatore. Pasolini invece parlava poco. Durante i viaggi scriveva e quando scriveva, Pier Paolo poteva diventare anche aggressivo. Nella vita, al contrario, sapeva essere mite e dolce». 

Questi viaggi lei li evoca spesso, ma li racconta raramente. 
«Me ne sono rimasti impressi nella mente tanti, ma quello che ricordo con più piacere è un viaggio in Africa con Pier Paolo alla fine degli anni ‘60. Pasolini voleva trovare i luoghi per girare un’Orestiade africana, un progetto che poi si arenò per contrasti con il suo produttore. Per un mese cercammo un Oreste e una Clitennestra neri e inseguimmo a lungo tra Tanzania e Uganda un luogo adatto a filmare la morte di Agamennone. Alla fine Pier Paolo girò un documentario smarrendo per strada molte cose su cui avevamo lavorato insieme».

Che cosa? 
«Certe ricerche spasmodiche, poetiche e commoventi. Il fumo del palazzo degli Atridi, ad esempio, era più di una chimera. Una volta era troppo bianco, un’altra troppo nero e denso. Ebbi il sospetto che il fumo rappresentasse solo un’Atlantide introvabile, una frontiera di scoperta da spostare ogni giorno un passo più in là a bordo della nostra Land Rover. La passione di Pasolini per l’Africa era reale, concreta, sacrale. Nel contadino africano vedeva gli italiani di un tempo, ormai perduti dietro agli inganni del consumismo». 

Lei ha molto amato. 
«L’amore finisce sempre, ma se è basato anche sulla stima e sul rispetto non finisce mai. Si trasforma in altro. In affetto, tenerezza, amicizia. Si diventa come parenti, ma parenti veri, non parenti serpenti. Non ho mai capito le lunghe storie d’amore che a un tratto virano nell’odio o nel rancore. Ho sempre pensato che senza un equivoco alla base non possa succedere. Se alla fine ti odi, significa che prima non ti sei mai amato». 

Quando le relazioni finiscono, resta l’altro. I suoi rapporti con Carmen Llera furono tesi. 
«Ci vediamo e ci sentiamo, non l’ho mai considerata una nemica, in certi momenti ho criticato alcune cose, ma siamo in buoni rapporti. Quando Alberto mi disse: “Mi sposo” risposi soltanto: “Ah”. Quando si vuole bene a una persona si desidera il suo bene. Puoi soffrire, ma se vuoi essere un essere umano e non un animale, devi accettare i voleri dell’altro. Il senso del possesso è un sentimento molto naturale. Lo coviamo tutti. Ma va controllato e represso perché è aberrante e pericoloso. Penso che anche il femminicidio derivi dal possesso, dalla sensazione che siccome ami quella persona, quella stessa persona diventi automaticamente tua. Ma dove è scritto?»

Buttafuoco e Rondolino, tra gli altri, l’hanno criticata aspramente. 
«Mi ricordo bene».

Che rapporto ha con la critica? 
«La rispetto. Leggere una critica severa può dispiacermi, ma non ho mai pensato che chi critica diventi il mio nemico, né mi sono mai sentita perseguitata a patto naturalmente che la critica usi argomenti logici e razionali e non insinuazioni e insulti. In quel caso, semplicemente, la ignoro». 

La politica di oggi? 
«Degradatissima, anche nel linguaggio. Alla fine viene fuori per quel che è: una corsa al potere o alla denigrazione dell’avversario: “Sono più bravo di te - dicono tutti - rubo di meno”. Non mi sembra un’argomentazione finissima».

Il 30 agosto, al Festival di Todi, debutterà in scena “Una casa di donne” sul quale ha lavorato tutta l’estate. A Novembre invece compirà 81 anni. Non si sente mai stanca? 
«Invecchiare è difficile, le complicazioni aumentano. Devi adeguarti alla realtà che cambia e al corpo che si trasforma. Ma bisogna tenere duro. Almeno fino a quando uno ce la fa».


 

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