Covid-bond e l'imboscata von der Leyen, Sassoli: «Berlino parli chiaro, basta egoismi»

Covid-bond, imboscata von der Leyen. Sassoli: «Indispensabili, basta egoismi»
di Mario Ajello
6 Minuti di Lettura
Domenica 29 Marzo 2020, 00:02 - Ultimo aggiornamento: 21:10

Presidente Sassoli, ha visto che mentre voi spingete sui Covid-bond invece la von der Leyen li ha bocciati? 
«Penso che debba arrivare un chiarimento da von der Leyen, noi in parlamento avevamo capito un’altra cosa. Io credo che uno strumento a garanzia del debito sia indispensabile. Se vi sono altre idee, basta tirarle fuori». 

Ma non è preoccupato che tutte queste discussioni e divisioni a livello europeo stiano facendo sentire gli italiani soli e indifesi? 
«In questo momento i cittadini italiani devono sapere che la battaglia è tra le istituzioni europee, che vogliono una risposta comune, e alcuni governi che non danno il via libera agli strumenti indispensabili per affrontare una crisi durissima. E che lascerà, dopo l’emergenza sanitaria, conseguenze inimmaginabili. Perciò è importante lavorare su strumenti di contrasto a medio e a lungo periodo. Ma dobbiamo mettere nel conto che tanti altri strumenti serviranno oltre quelli, come i Covid-bond, di cui stiamo parlando ora. Sarà necessario un fiume di soldi». 

Dove e come trovarli?
«Un pacchetto di misure è già arrivato dalle istituzioni europee. Con l’invito ai vari Paesi a spendere tutti i soldi possibili, per salvare le vite dei cittadini. Ciò dev’essere accompagnato però dalla garanzia sul debito che gli Stati produrranno. I Covid-bond potrebbero essere la misura per concludere il pacchetto della prima fase. Ma la battaglia sarà ancora lunga e avrà bisogno di tante altre armi». 

 



Ha letto proprio sul nostro giornale la severità con cui Prodi accusa l’Olanda e la Germania? 
«La lista è un po’ più lunga... Certo che ho letto il Professore. C’è un’illusione, da parte di alcuni Paesi, di essere un po’ più al riparo. Ma guarda caso, sono i Paesi che più godono e più si avvantaggiano del mercato europeo. Sono convinto, però, che sarà la portata della crisi a far cambiare il loro atteggiamento e non mi ha sorpreso che in due giorni il gruppo dei 9 sia diventato di 14: si sono aggiunti altri alla richiesta di misure per condividere il debito». 

Non è deluso dall’atteggiamento della Merkel? 
«Dalla Germania ci aspettiamo una parola chiara. Anche perché la Germania a giugno diventerà presidente di turno dell’Unione. E si troverà sulle spalle o il rilancio dell’Unione europea o la sua ammaccatura». 

O addirittura la sua fine. 
«Non usiamo parole definitive. Anche nel 2008, al tempo della crisi finanziaria, si diceva che la Ue sarebbe finita. Così non è stato. Ora ci auguriamo che la presidenza tedesca investirà sul rafforzamento dell’Unione. Credo che nessuno a Berlino voglia passare alla storia per avere affossato il progetto europeo». 

Non crede che si stia affossando da solo, con un largo discredito agli occhi della nostra opinione pubblica? 
«Io vedo una grande battaglia politica in corso per difendere i cittadini europei. Da una parte ci sono gli egoismi nazionali, e i nazionalismi che non possono dare soluzioni alla catastrofe in corso; e dall’altra parte c’è la profonda volontà di avere un’Europa più forte. Se gli Stati nazionali vogliono avere un futuro, devono scommettere sull’opzione europeista. Il Covid-bond ci parla di quanto siamo interdipendenti. Nessun Paese può affrontare da solo sfide globali come questa. Il rischio, se non vi è una risposta comune, è che i nostri Paesi andranno in svendita». 

Cina, Stati Uniti e Russia si mangiano tutto? 
«Questa è una battaglia per la difesa dell’indipendenza degli europei. Se non saremo ben protetti da politiche comuni, chi sopravviverà alla crisi avrà capacità alle quali sarà difficile resistere. I nostri paesi non possono essere esposti ed essere costretti a svendere aziende, imprese, ricerca, patrimonio. Rispetto a tante ingerenze nello spazio europeo che stiamo vedendo da parte di potenze straniere, servirebbe un maggiore coordinamento dei nostri governi e delle nostre intelligence. Attualmente ci sono forti investimenti per indebolire lo spazio europeo». 

Ma se non basta neppure una pandemia a fare sentire l’Europa una comunità, non crede che non potrà esserlo mai? 
«Guardi che in queste due settimane le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Bce, sono intervenute per correggere l’egoismo di alcuni Paesi. E lo hanno fatto con grande tempestività. E’ stato mandato in soffitta il patto di stabilità, sono state allentate le regole sugli aiuti di Stato. Per non dire dello storico stanziamento, da parte della banca centrale, per l’acquisizione dei titoli di Stato. Adesso dobbiamo concludere il primo tempo con gli strumenti a garanzia del debito che ogni Paese inevitabilmente produrrà spendendo per l’emergenza». 

Eppure i sovranisti di casa nostra, vedi la Lega, si fregano le mani si fronte all’«Europa imbelle». 
«Se loro fossero stati al governo, oggi saremmo, me lo faccia dire in slang, a caro amico. Perché la loro logica è la stessa di quei Paesi che si oppongono ai Covid-bond. Nazionalismo chiama sempre nazionalismo». 

Visti da Bruxelles, non le sembra che alcuni dei nostri governatori regionali abbiano sbagliato troppo?
«Io penso che da questa tragedia nessuno uscirà come ci è entrato. Cambieranno moltissime cose. Ed è naturale che i nostri Paesi ripensino l’organizzazione dello Stato. In Italia abbiamo per esempio capito che serve una regia nazionale sulla sanità». 

Sta dicendo che il regionalismo o il tentato autonomismo fa male? 
«Può non consentire di gestire adeguatamente le sfide che il mondo nuovo presenta. Pensi che in Germania, Stato federale per eccellenza, governare questa emergenza da Berlino, imponendo standard nazionali validi per tutti, è ancora più difficile rispetto a quanto accade in Italia». 
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA