Cristina Comencini: «Io, femminista sul set»

Martedì 5 Luglio 2016 di Gloria Satta
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Un’altra coppia di mattatrici si prepara, dopo il successo del film di Virzì “La pazza gioia”, a travolgere il pubblico. Ancora Micaela Ramazzotti, questa volta in tandem con Paola Cortellesi, è nella commedia di Cristina Comencini “Qualcosa di nuovo”, nelle sale il 13 ottobre, pezzo forte del listino di 01 Distribution (vedi a fianco). Ispirato a La scena, fortunato testo teatrale della regista e scrittrice, il film racconta «un incontro fra generazioni diverse e la ricerca di nuove relazioni fra i sessi».

Al centro dell’azione due single intorno ai 40: una (Ramazzotti) cerca avventure senza futuro, l’altra (Cortellesi) dopo una delusione si è sentimentalmente bloccata. Sarà un 18enne, che le due frequentano l’una all’insaputa dell’altra (l’attore Eduardo Valdarnini), a scompigliare il gioco e, forse, a fare chiarezza nelle loro vite. Cristina, 60 appena fatti, racconta la nuova sfida.

E’ dividendosi il toyboy che le sue protagoniste imparano a vedere più chiaro?
«Per carità, non si tratta di un toyboy! Fra i tre personaggi c’è uno scambio. Lui mette le due donne di fronte a una costante del comportamento femminile: la ricerca dell’uomo definitivo e l’incapacità di vivere le storie in piena libertà. Micaela e Paola insegnano al ragazzo a confrontarsi con l’atro sesso».

Risultato?
«L’incontro prelude a un nuovo modo di stare insieme, meno condizionato dai vecchi schemi e forse più felice».

Perché è così difficile stare in coppia?
«Gli equilibri tradizionali sono saltati. Gli uomini hanno paura della forza delle donne che a loro volta stentano a trovare compagni capaci di tener loro testa. Forse la soluzione è proprio l’incontro tra generazioni diverse. E il cinema mostra la strada, serve a sparigliare le carte».

Cosa ha scoperto dirigendo Ramazzotti e Cortellesi?
«Che hanno temperamenti opposti: Paola è professionale, metodica, dotata di grande tecnica; Micaela è più istintiva, disordinata, incline a improvvisare. La strana coppia...La differenza tra loro ha giovato al film».

Il film andrà alla Mostra di Venezia o alla Festa di Roma?
«No, uscirà direttamente in sala. I festival non invitano le commedie: un po’ perché vogliono aiutare il cinema più difficile, un po’ perché solo i drammi vengono considerati arte. Pazienza. I film di mio padre Luigi Comencini e quelli di Monicelli non andavano ai festival ma sbancavano i botteghini. I veri premi vengono dal pubblico».

Sono sempre di più le protagoniste femminili: il cinema è diventato meno maschilista?
«No, le registe continuano a essere solo il 3 per cento e la strada da fare è ancora lunga. Ma non è più il tempo del vittimismo e delle rivendicazioni: bisogna agire. Solo la nostra costanza può cambiare il sistema».

E le quote rosa possono aiutare? 
«Sono difficili da accettare perché sottolineano lo svantaggio delle donne. Ma in certi casi, per smuovere le acque, andrebbero applicate».

E’ sempre impegnata con il movimento femminista? 
«No, in questo momento la mia militanza è il lavoro. Porto avanti la causa delle donne attraverso il racconto».

Sta scrivendo qualcosa di nuovo?
«Lo spettacolo teatrale Tempi nuovi, ritratto comico di una famiglia alle prese con l’evoluzione tecnologica».

Il suo ultimo, bellissimo romanzo “Essere vivi” (Einaudi) diventerà un film?
«No, perché sarei costretta a ricorrere ai flashback per raccontare il passato dei protagonisti. Il romanzo funziona benissimo sulla carta: me ne accorgo dall’entusiasmo della gente che affolla le presentazioni. Specie in provincia, dove la fame di cultura appare inesauribile». Ultimo aggiornamento: 8 Luglio, 00:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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