Claudio Ranieri: «Roma è abbandonata, va recuperato l’orgoglio»

Sabato 26 Novembre 2016 di Ernesto Menicucci
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Un romano da esportazione? «Ma no... Mi considero un professionista che sta lavorando all’estero e che cerca di farlo nel modo migliore possibile».

In realtà, al di là del tentativo di mantenere il basso profilo, Claudio Ranieri, classe ‘51, una vita da terzino nel Catanzaro e poi una da allenatore con la fama del “vinci-derby” (non ne ha mai perso uno...) in giro per l’Italia e il mondo, per molti è il romano più famoso d’Inghilterra, e non solo. Per tutti, Oltremanica, il tecnico è “Sir Claudio” o “The Imperator”, l’imperatore, come l’hanno ribattezzato i tifosi del Leicester che – da quando c’è lui in panchina – “godono come ricci” (il copyright è dello stesso Ranieri, applicato però ai romanisti), tra lo storico scudetto dell’anno scorso e l’ancora più storico passaggio agli ottavi di Champions quest’anno.

Ma Ranieri, che paradossalmente a Roma e alla Roma ha vissuto solo gli scampoli della sua carriera (le giovanili e la prima squadra dal ‘71 al ‘74, poi la parentesi da allenatore con scudetto sfiorato nel 2010), è come se dalla Capitale non se ne fosse mai andato.

«Bé – dice lui, rispondendo al telefonino da Leicester – tutti noi alla fine siamo legati agli anni dell’infanzia o dell’adolescenza e io fino a 22 anni ho vissuto a Roma. Il mio legame è totale. Poi il fatto che viva all’estero ci sta, è come se avessi rotto due volte il cordone ombelicale».

Perché due?
«Quando andai a giocare a Catanzaro (dove conobbe anche sua moglie, ndr) e nel ‘97 quando andai per la prima volta ad allenare all’estero, a Valencia. Da allora sono un romano cittadino europeo».

Anche adesso, che sta nell’Inghilterra della Brexit?
«Ma certo... Non mi guardo mai indietro e non mi piango mai addosso».

Da “emigrante”, come trova Roma? Cambiata?
«I quartieri a cui sono più legato, San Saba dove sono nato e Testaccio dove i miei avevano la macelleria, sono completamente diversi. A Testaccio, sulla piazza dove c’era il negozio, non c’è più mercato ma la fontana che era a piazza dell’Emporio. Pensi che non ho avuto ancora il tempo di vedere com’è adesso...».

Un buon motivo per tornare.
«Vediamo. Con la vita che facciamo... L’ultima volta è stata una toccata e fuga per andare da mia madre. E poi tre anni fa, per una cena coi vecchi amici dell’oratorio».

Che altri cambiamenti vede?
«Ai miei tempi Testaccio era un quartiere molto popolare. Oggi è diventato cool, come dicono in Inghilterra. C’è pure la Ztl...».

Roma però appare profondamente in crisi. Paolo Sorrentino, il regista premio Oscar, proprio sul Messaggero ha lanciato il suo “urletto di dolore” per l’Esquilino. Vuole fare lo stesso per Testaccio?
«Ma guardi che è tutta Roma ad essere abbandonata, mica solo Testaccio».

Da cosa lo vede?
«Le strade sono così malmesse che in confronto la Parigi-Dakar sembra liscia, sul decoro urbano sarebbe meglio lasciar stare...».

Colpa della politica, della sindaca Raggi?
«Ma non voglio entrare in questa dinamica, non mi interessa il colore di chi governa. Ma certo che se si sta con le mani in mano e non si fa niente si può solo peggiorare. E invece bisogna darsi da fare e lavorare. È quello che faccio anche io con le mie squadre, quando le cose non vanno bene».

Lei ha girato tante città, italiane e straniere. Ma i romani, sia politici che cittadini comuni, cosa dovrebbero importare dall’estero?
«Intanto un maggiore senso civico. E poi recuperare un po’ di orgoglio romano: spesso chi vive all’estero ha maggiore senso di appartenenza delle persone che ci abitano».

E perché, secondo lei?
«Perché Roma è la città Eterna e ci culliamo sugli allori».

Ma se dovesse dare un consiglio a chi siede in Campidoglio, da dove partirebbe?
«Sicuramente dal primo impatto con la città, quello che ha un visitatore o un turista che viene da fuori».

Esempio concreto?
«Quando ero a Valencia, e andavamo in trasferta col treno, se i nostri dirigenti vedevano un palazzo semi-distrutto o abbandonato chiamavano il sindaco per farlo mettere a posto».

E da noi?
«Basta vedere gli edifici intorno alla stazione... Definirli fatiscenti è poco».

La ricetta di Claudio Ranieri qual è?
«Non ho ricette. Ma certo che mi è dispiaciuto il No alle Olimpiadi: mi ricordo cosa lasciarono quelle del ‘60 e mi ricordo anche Barcellona dopo il ‘92 o Torino dopo il 2006. Roma poteva migliorarsi e invece ha perso un’occasione unica, facendo anche una brutta figura all’estero».

C’è il rischio che Roma passi per essere la Capitale dei no?
«Non lo so questo. Ma occasioni d’oro come quella è difficile che ricapitino».

A proposito: il referendum?
«Ho votato, da italiano all’estero. Per cosa? Lo tengo per me...».

© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 10:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA