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Capra, la vita è meravigliosa col posto fisso. La vita e i trionfi a Hollywood del mitico regista italo-americano

Capra, la vita è meravigliosa col posto fisso. La vita e i trionfi a Hollywood del mitico regista italo-americano
di Matteo Collura
4 Minuti di Lettura
Venerdì 26 Agosto 2016, 00:34 - Ultimo aggiornamento: 2 Settembre, 17:22

Il nome sopra il titolo è l’autobiografia del regista cinematografico italo-americano Frank Capra, apparsa negli Stati Uniti nel 1971 e pubblicata nel 1989 in Italia dalla casa editrice Lucarini. Il volume è ora riproposto, con la medesima traduzione di Alberto Rollo, da Minimum Fax. Già il titolo dice del fantastico traguardo raggiunto dall’autore nel mitico mondo del cinematografo, quando esso era davvero la fabbrica dei sogni e chi vi lavorava apparteneva a una realtà a parte, resa folle dalla competitività e dall’effimero. Si legge nell’autobiografia: «Ora il nome di un regista incantava il box office. Caratteri luminosi mettevano in evidenza Frank Capra sopra il titolo del film e i nomi degli attori protagonisti, il primo regista dipendente che era riuscito a strappare al sistema hollywoodiano questo privilegio».

SICILIANO
Frank Capra, il siciliano giunto bambino in America, al seguito dei genitori scappati per fame dalla loro terra, a poco più di quarant’anni era una stella del cinema, con un bel po’ di Oscar in bacheca, conquistati con film che avevano incantato le platee di mezzo mondo: Accadde una notte; È’ arrivata la felicità; L’eterna illusione; Mr. Smith va a Washington. E cinque anni dopo, sarebbe arrivato La vita è meravigliosa, il capolavoro che ancor oggi riesce a regalare una ragione in più per amare la vita, per andare avanti, nonostante tutto. L’autobiografia dell’ingegnere divenuto un celebre cineasta (Francesco Capra si laureò in ingegneria chimica e per caso entrò in contatto con il mondo del cinema) si chiude con una sua solitaria visita al paese natale, Bisacquino, in provincia di Palermo. Scrive Capra: «Sono andato da solo, in auto, fino al sobborgo siciliano che avevo lasciato cinquant’anni fa. Eccolo. La casa di mamma, tre locali. Sembrava più piccola, molto più piccola…». Un uomo e una donna, trasandati e dallo “sguardo ostile”, gli stavano davanti, ricorda il regista. E aggiunge: «Come potevano sapere che la loro casa in rovina era stata costruita dal coraggio di due contadini, squattrinati e analfabeti, che avevano osato fare mezzo giro del mondo per affrontare la sfida ignota e terribile di un altro paese, di gente diversa, di una lingua sconosciuta?» Bello, toccante. Peccato che Frank Capra quando pubblicò le sue memorie, in Sicilia non c’era ancora tornato da quando, a sei anni, l’aveva lasciata.

PAESE
Ci andò dopo, a rivedere il suo paese natale, nella primavera del 1977. Aveva ottant’anni. E fu come se il Papa fosse andato a visitare quel paesino perso tra i monti della provincia di Palermo. Chi scrive, allora cronista in Sicilia, fu mandato al suo seguito. L’intero paese era ad attenderlo in quel pomeriggio di aprile. Lui arrivò da solo a bordo di una grossa auto nera, scortato da alcuni uomini dell’Usis (United States Information Service), agenzia allora in attività per l’informazione e la propaganda in Europa.
Lo accolse la banda municipale. Lui sembrava stordito. Sindaco e altre autorità locali in testa, un folto corteo lo accompagnò fin dentro al palazzo del Comune. Giunti nella piazza principale, il regista, lo stupore negli occhi, disse qualcosa in inglese (e in inglese continuò a parlare per tutto il tempo). Lo aveva sorpreso la trasformazione avvenuta in quel luogo. Vi era un abbeveratoio sempre affollato di asini e muli, in quella piazza, dove lui, con i suoi coetanei, aveva sgambettato scalzo. Poi Capra, da alcuni suoi coetanei ancora chiamato “Ciccio” (vezzeggiativo siciliano di Francesco), strinse la mano ai suoi sei nipoti e quaranta pronipoti, nessuno dei quali, però, aveva il suo stesso cognome, perché i nipoti erano figli dell’unica sua sorella rimasta in Sicilia, Ignazia, morta nel 1961.
 
BALCONE
Più tardi il regista apparve a un balcone del Municipio e pronunciò un breve discorso, i suoi paesani giù, ad applaudire a salutare, a saltellare, persino. Tornati a Palermo, riuscii a intervistarlo. Scoprii, così, che un po’ di italiano conosceva, misto a un siciliano arcaico, quello dei suoi antenati. Mi parlò soprattutto della madre e degli stenti di quando, morto di fame (così si espresse), dovette adattarsi alla realtà americana. In questo lui riuscì, la madre no. Rimasta analfabeta, aveva lavorato, come il marito, in fabbriche dove parlare con qualcuno le era impossibile, perché non conosceva una parola di inglese. Era vissuta in California per tanto tempo, ma sempre vi era rimasta estranea, come un oggetto finito laggiù provvisoriamente. Ricordo la strana espressione di Frank Capra quando mi raccontò quello che per lui era l’episodio più straordinario della sua vita. «Sai cosa mi disse mia madre quando, dopo avere vinto cinque premi Oscar per Accadde una notte, la raggiunsi da Hollywood con un fascio di giornali che parlavano di me?». Ero tutto orecchi: «Sì, va bene, ma quando avrai un posto sicuro?». Ecco quale era stata la risposta della madre. Un impiego alle Poste, in una banca, alle Ferrovie… Ciccio Capra aveva voltato le spalle a tutto quel ben di Dio.
 

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