Brexit, dallo slittamento all’uscita soft: tutti gli scenari

Mercoledì 13 Marzo 2019 di Cristina Marconi
Brexit, dallo slittamento all’uscita soft: tutti gli scenari
LONDRA Il Regno Unito, nel suo tentativo di uscire dall’Unione europea, è arrivato in un vicolo cieco dal quale non sa come uscire e a diciassette giorni dalla Brexit, nessuna delle soluzioni sul tavolo ha più chances, o potenzialità, delle altre. La premier Theresa May, miracolosamente impermeabile all’idea che davanti a tante sconfitte ci si possa dover dimettere, continua a giocare d’azzardo senza cambiare sostanzialmente strategia. Ha deciso di cercare di scartare prima di tutto l’ipotesi più drastica, quella di uscire senza accordo il 29 marzo prossimo, lasciando libertà di voto ai suoi deputati – mossa irrituale, se si pensa che in ballo è il destino del paese - e definendola una «soluzione di default» per la Brexit. Per permettere ai deputati di fare una scelta oculata, il governo pubblicherà informazioni sul modo in cui intende procedere sulla questione delle tariffe e su quella dell’Irlanda del Nord, che in questo caso, ironia della sorte, si troverebbe ad avere quel confine fisico con la repubblica irlandese che da anni (quasi) tutti cercano di evitare. Se il Parlamento vorrà il no deal, il governo lo porterà avanti, mentre se così non sarà, ci sarà un altro voto sulla possibilità di chiedere un’estensione dell’articolo 50 a una Bruxelles sempre più scettica sul fatto che le buone azioni verso Londra portino a risultati positivi. 

LE REAZIONI
Il negoziatore capo Ue Michel Barnier nella serata di ieri ha fatto sapere via Twitter che «i nostri preparativi per un no deal sono ora più importanti che mai», perché «la Ue ha fatto di tutto» per favorire la ratifica dell’accordo sulla Brexit, ma «l’impasse può essere risolta solo a Londra». Un punto che alla May è ben chiaro, tanto che ha spiegato al Parlamento che «la Ue vorrà sapere che uso faremo di questa proroga»: revocare l’articolo 50 e la Brexit tutta, oppure tenere un secondo referendum, come vorrebbe una fazione minoritaria ma pugnace all’interno di Westminster, oppure lasciare la Ue con un accordo che non sia quello raggiunto dal governo, ossia una Brexit molto più morbida che, come nelle speranza del leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, comprenda una permanenza nell’unione doganale? 

«VALUTEREMO»
«Tutte scelte poco invidiabili che però, grazie alla decisione presa dalla Camera, devono essere valutate», ha concluso la May con tono minaccioso. In vista del consiglio europeo del 21 e 22 marzo, qualcuno sussurra che la premier potrebbe tentare di riportare il suo testo a Westminster per la terza volta all’inizio della settimana prossima, sapendo che l’estensione dell’articolo 50, per essere approvata da Bruxelles, potrebbe essere molto più lunga di quanto auspicato dai deputati. E proprio nel testo firmato lunedì sera con Jean-Claude Juncker c’è scritto che qualora ci fosse una proroga, il Regno Unito dovrebbe partecipare alle elezioni europee di maggio. Una prospettiva molto disturbante sia per i conservatori, che hanno promosso il referendum e che sul tema si sono spaccati, sia per i laburisti, che invece vorrebbero che le elezioni si tenessero sì, ma a livello nazionale, per permettere di immettere aria nuova in un Parlamento a corto d’idee. 

LO SCUDO
Per ora la May sta facendo da scudo umano contro una tale ipotesi, che avrebbe comunque il difetto di vedere due partiti profondamente spaccati sulla questione europea e incapaci di presentare posizioni unitarie e coerenti. La speranza è che metta da parte le ambizioni di vedere finalmente approvato il suo testo, operazione davvero spericolata e estremamente divisiva, per lasciare lo spazio ai deputati per creare alleanze e proporre una soluzione, che a quel punto sarebbe probabilmente un compromesso soft, lontano dalle brame indipendentiste e drastiche dei brexiteers, ma fattibile e consensuale. 
 
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