Brende: «La riforma fiscale di Trump avrà grandi effetti»

Brende: «La riforma fiscale di Trump avrà grandi effetti»
di Maria Latella
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Lunedì 22 Gennaio 2018, 00:20 - Ultimo aggiornamento: 20:02

Sarà il secolo delle donne dice Borge Brende, il cinquantenne norvegese, ex ministro degli Esteri del suo Paese e neo presidente del World Economic Forum (Wef) di cui il fondatore Klaus Schwab rimane executive chairman ed ispiratore. Sarà il secolo delle donne, assicura Brende, e anche quello dell’Africa, aggiunge. «Ma serve un grande piano Marshall. Se l’Africa non avrà successo, a soffrirne sarà l’Europa. E voi italiani lo sapete bene». Fa effetto parlare con un interlocutore che ha il secolo come orizzonte. Uno che pensa in termini di decenni e non di mesi come spesso la politica (e anche i manager di molte aziende) sono abituati a fare. Sarà il secolo delle donne, il secolo dell’Africa ma intanto i governi e soprattutto gli investitori mondiali, dice il presidente del Forum, devono capire che la parola chiave “greedy”, avidità, magico soundtrack degli anni 80 e la parola globalizzazione, altro magic sound dei decenni successivi, vanno sostituite. «La parola chiave del futuro sarà inclusione. Quanto alla globalizzazione, da sola non basta più. Dovrà diventare job creating globalition» spiega Borge Brende. Una globalizzazione che crea posti di lavoro invece di distruggerli come accade soprattutto all’Ovest. 

Brende, c’è attesa per il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che, shutdown permettendo, dovrebbe arrivare a Davos venerdì. Lui teorizza il ritorno della produzione in Occidente e con la sua riforma fiscale costringerà a una riflessione anche le economie europee.
«L’economia americana sta crescendo molto e la disoccupazione oggi è la più bassa degli ultimi dieci anni. Ma gli Stati Uniti devono ancora vedersela col loro deficit. È vero che la riforma delle tasse voluta da Trump avrà un impatto sul resto del mondo, ma anche l’Europa sta crescendo a tassi più alti e siamo entusiasti di avere con noi presidenti e capi di governo europei come Paolo Gentiloni: la sua visione sull’Italia del futuro ci interessa molto».

A Davos il ruolo di co-chairs è stato lasciato a sette donne di fama mondiale, dalla presidente del Fmi Christine Lagarde alla direttrice del Cern di Ginevra, Fabiola Gianotti. Perché nessun uomo?
«Vogliamo mandare un segnale chiaro: la parità di genere sarà la peculiarità di questo secolo. Il nostro sarà il secolo delle donne. E siamo ancora all’inizio del cammino. Un fenomeno come #metoo ha messo al centro una nuova consapevolezza femminile, è stato importante, ma al momento soltanto il dieci per cento degli amministratori delegati del mondo sono donne. E sono donne solo il venti per cento dei ministri che formano i governi. Eppure le donne sono la metà della popolazione mondiale. Il cambiamento è già iniziato e in alcuni Paesi il processo è avanzato: nel mio, per esempio, in Norvegia, il premier è donna. Ma vediamo segnali contrastanti: ci sono aree che stanno affrontando seriamente questa sfida e altre in cui la parità di genere è ferma o addirittura in regressione. Per me i diritti delle donne sono valori universali».

Nel 2017 il vostro rapporto annuale sui Global Risks segnalava come massima preoccupazione il crescente gap tra ricchi e poveri, la chiave per capire il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump. Quali sono le preoccupazioni espresse nel Global Risks Report 2018?
«Sono molte e lunedi, (oggi ndr) i risultati del Report diventeranno pubblici. Rispetto all’anno scorso quando, come lei ha ricordato, il rapporto segnalava prima di tutto il rischio di una crescente diseguaglianza economica, quest’anno i top manager mondiali da noi intervistati vedono profilarsi soprattutto rischi legati alla geopolitica. Dalla Corea allo Yemen, all’Iran, alla Siria e alla Libia. Con il collegato fenomeno delle migrazioni».

I più influenti top manager indicano nell’instabilità mondiale il grande rischio del 2018. Che cosa è cambiato?
«C’è un vuoto in un mondo multipolare. Paesi nuovi si affacciano sulla scena mondiale alla ricerca di un ruolo. è inevitabile ne nascano conflitti. Se c’è una guerra in Siria, i fronti che si affrontano hanno ciascuno un Paese “padrino” che li sostiene. Cosi il rischio di instabilità aumenta».

A Davos si cercherà una risposta. Quale sarà, secondo lei?
«Più cooperazione e meno competizione geopolitica. Le opinioni alla fine possono essere condivise. Questo è l’obiettivo principale di Davos».

Sarà anche il secolo dell’Africa, lei dice. Ma lo si sente ripetere da un pezzo senza che per gli africani le cose cambino davvero. Forse cambiano per l’establishment africano, ma la gente comune continua a fuggire, a cercare un futuro in Europa.
«A Davos ci saranno dieci capi di Stato africani, vogliono essere sicuri che il grande capitale mondiale comprenda la necessità di investire in Africa. Entro il 2050 si devono creare ottocento milioni di posti di lavoro, ma va cambiato anche la modalità con la quale si investe. E l’Africa deve investire in Africa. Paesi come la Nigeria, il Marocco, il Sudafrica lo stanno già facendo».

Ci vuole un Piano Marshall per l’Africa, insomma.
«Si. Un Piano Marshall per l’Africa. Su scala massiccia e con investimenti importanti nell’educazione. Se l’Africa non avrà successo sarà l’Europa a pagarne le conseguenze. E voi in Italia lo sapete bene. Il vostro Paese si è fatto carico di responsabilità pesanti sul fronte delle migrazioni e io vi ammiro per questo, ma ora è arrivato il momento di dimostrare maggiore solidarietà».

L’anno scorso, qui a Davos, la Cina si presentò come il campione a difesa della globalizzazione proprio mentre il neo eletto Trump si ergeva a leader di un neo isolazionismo. La Cina è molto presente in Africa ma non sembra aver cambiato radicalmente le condizioni di vita degli africani.
«Gli investimenti cinesi in Africa sono importanti. Ma da soli non bastano».

Quest’anno a Davos arriva il primo ministro dell’India, Modi, e con lui mezzo governo. Cosa vi aspettate dalla sua presenza?
«L’India è la più grande democrazia del mondo ma deve riuscire a modificare la sua economia. Servono posti di lavoro per la parte povera della popolazione indiana. La presenza del premier Modi a Davos riflette i cambiamenti in corso nel mondo».

A Davos si parlerà molto anche della rivoluzione industriale 4.0 e di come la robotica, l’intelligenza artificiale stanno cambiando la nostra vita. Per cominciare, spariscono i posti di lavoro. Non successe cosi con altre rivoluzioni industriali. Oggi solo il 5 per cento dell’attuale forza lavoro americana è impiegata in settori creati dopo il 2000, mentre le imprese create negli anni 80 furono capaci di creare non meno dell’8 per cento in più di forza lavoro. Che fare?
«La rivoluzione industriale 4.0 offre segnali preoccupanti ma anche dati positivi. Dobbiamo essere sicuri che i cambiamenti migliorino e non peggiorino la vita delle persone e questo è un risultato che si potrà raggiungere solo inserendo regole che oggi non ci sono ancora».

La parola chiave del secolo in corso?
«Non ho dubbi: sarà Inclusive».
 

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