Almodóvar: «Torno beato tra le donne», a Cannes parla il regista di “Julieta”

Almodóvar: «Torno beato tra le donne», a Cannes parla il regista di “Julieta”
di Gloria Satta
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Mercoledì 18 Maggio 2016, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 20 Maggio, 08:35

Il Festival accoglie con un abbraccio Pedro Almodóvar che ritrova le sue donne. È stato molto applaudito il film Julieta (nelle sale italiane il 26 maggio), dramma di una madre che cerca disperatamente la figlia 18enne scomparsa senza un apparente motivo. Treni nella notte, mari in tempesta, il destino implacabile, sensi di colpa e un manipolo di attrici sono gli ingredienti di questo nuovo film, il ventesimo, del cineasta spagnolo più famoso. Pedro, 66 anni, due Oscar, ciuffo bianco, camicia pistacchio, torna sulla Croisette per la sesta volta. «In concorso, perché voglio misurarmi con gli altri. Non sono una vacca sacra».

Quali argomenti voleva affrontare nel film?
«La maternità, innanzitutto. Ed è una maternità tormentata. La voglia di sopravvivere all’incertezza. Il destino. Il senso di colpa. E quel mistero insondabile che ci porta a cancellare le persone dalla nostra vita».

La madre è un personaggio ricorrente nel suo cinema.
«Rispetto alle madri degli altri miei film, tutte donne forti che lottano, Julieta è diversa: è una vittima degli eventi».

Perché questa volta ha rinunciato all’umorismo?
«Invecchiando divento sempre più austero. È come se avessi una gran voglia di contenimento. È sobria la messa in scena del film, in cui predomina il bianco. Nessuno canta. Julieta è un dramma. Ho rinunciato al melodramma, mio genere preferito».

Dopo la commedia “Gli amanti passeggeri” è tornato a girare un film sulle donne: ne sentiva la mancanza?
«Non decido a tavolino il tema dei miei film. Mi lascio trasportare dalla sceneggiatura. E mentre scrivevo “Julieta”, cresceva il desiderio di raccontare una storia femminile».

Perché?
«La donna non solo dà la vita ma è più forte dell’uomo nel combattere e gestire tutto quello che, nel bene e nel male, offre la vita stessa».

Perché ha fatto interpretare lo stesso ruolo a due attrici diverse, Adriana Ugarte e Emma Suarez?
«Ho preso esempio dal mio maestro Buñuel che nel film Quell’oscuro oggetto del desiderio ha diviso il personaggio della protagonista fra Angela Molina e Carole Bouquet. Non mi piace l’invecchiamento artificiale creato dal make up».

Che rapporto ha avuto con i racconti di Alice Munro?
«Ho sostituito Vancouver con New York: sento più vicini gli Usa del Canada. E ho unificato tre racconti, prendendomi la libertà di inventare quando ce n’era bisogno. Il film è un omaggio alla scrittrice premio Nobel».

Lei continua a vivere a Madrid: com’è cambiata la Spagna dagli anni Ottanta, così ben descritti nei suoi film?
«Il mondo intero, non solo il mio Paese, attraversa un momento di transizione. L’esplosione di libertà, la scoperta della democrazia, la gioia del sesso senza frontiere sono un ricordo. Oggi siamo tutti più convenzionali e meno liberi. Difficile da accettare per me: dentro mi sento ancora un ragazzo degli anni ’80».
 
È stato l’alfiere della movida, com’è oggi la sua vita?
«Esco molto meno, coltivo l’interiorità e mi dedico al lavoro che spesso nasce dalla solitudine».

Il film parla di sensi di colpa: lei ne ha?
«Se allude allo scandalo dei Panama Papers, la lista di grandi evasori in cui figurano anche il nome mio e di mio fratello Augustin, ma in misura marginale, le rispondo di no: non sono stato indagato di alcun reato e dimostrerò che non ho frodato il Fisco. Eppure in Spagna i media mi hanno fatto a pezzi».

Lei è stato educato dai preti, poi ha lasciato la religione. Condivide l’entuasiasmo per Papa Francesco?
«Gli do atto che sta cercando di svecchiare la Chiesa, impresa molto difficile. Ha preso posizione contro i preti pedofili ma deve fare ancora di più».

Che cosa?
«Estendere il sacerdozio alle donne. Le donne devono poter dire la Messa. La Chiesa non sarà al passo con i tempi finché non garantirà la piena parità dei sessi. Come la società, del resto».
 

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