E un documentario ricorda i tanti “Schindler” d'Italia

Venerdì 17 Ottobre 2014
LE STORIE
Se in Italia avessimo uno Spielberg, Schindler's List lo avremmo girato noi. Non nello stile roboante di Hollywood però, ma in una chiave dimessa e antieroica, struggente e quotidiana, con punte di humour noir da commedia all'italiana. Invece la storia dei tanti “Schindler” d'Italia l'ha raccontata, assai bene, il documentarista americano Oren Jacoby in un film presentato al Festival di Roma, che forse vedremo (come merita) anche in sala: My Italian Secret.
È un viaggio commovente e spesso sorprendente tra i tanti volenterosi che dall'avvento delle leggi razziali, nel 1938, fino ai rastrellamenti e alle deportazioni, fecero anche l'impossibile per salvare gli ebrei, italiani o stranieri che fossero. E oggi rievocano quelle imprese, direttamente o attraverso i loro discendenti, davanti all'obiettivo di Jacoby. Che viaggiando per l'Italia ritrova e fa riabbracciare salvati e salvatori.
Tra questi, qualcuno è famoso, come Gino Bartali, che peraltro avrebbe passato la vita a tacere il bene fatto trasportando su e giù per l'Italia documenti segreti nascosti nella canna della sua bicicletta. Ed è anche grazie a suo figlio Andrea Bartali, che nel film ricorda il riserbo totale del padre, se oggi conosciamo il contributo del campione al network segreto in favore degli ebrei organizzato dal cardinale Elia Della Costa, Arcivescovo di Firenze. Ma il resto degli “Schindler” d'Italia è composto di volti anonimi quanto diversi, accomunati solo dalla capacità di ascoltare la coscienza e disobbedire alle leggi fasciste, rischiando la vita.
IL PALAZZO
C'è la marchesa Gioconda Gallo, che nasconde nel palazzo di famiglia a Osimo l'intera famiglia Servadio (con momenti che sarebbero irresistibili in un film di finzione come quando papà Servadio, farmacista travestito da cameriere, si vede costretto a servire in guanti bianchi gli ufficiali nazisti che hanno eletto a residenza il palazzo nobiliare... e il peggio è che il sindaco un giorno lo riconosce ma da amico di famiglia, all'italiana, dà due giorni alla marchesa per farli sparire, come ricorda la scrittrice Gaia Servadio, allora bambina).
Ci sono i tanti religiosi, monaci e suore, che in varie parti d'Italia accolgono ebrei nei conventi spacciandoli per cristiani (e Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, ancora si commuove quando ricorda come la suora che nascondeva suo padre metteva un dito sul crocefisso perché non lo baciasse davvero quando passava per le preghiere serali...). C'è il dottor Giovanni Borromeo, rievocato dal figlio Pietro, chirurgo al Fatebenefratelli, che salvò centinaia di ebrei ricoverandoli per un inesistente ma micidiale “morbo di K.” (come Kappler e Kesselring!, e sembra uscita da un film di Dino Risi l'idea che il dottor Borromeo descrivesse agli ufficiali nazisti i terribili effetti del morbo in un perfetto tedesco...). E se per i documenti falsi dei falsi malati fu determinante l'aiuto di un certo Montini, futuro Paolo VI, fra i “giusti” figura anche il carabiniere fidanzato alla tata dei Servadio, che per primo li avvertì della retata...
Italiani perbene, da contrapporre a quelli rievocati da Piero Terracina. Che ricorda, con parole giuste e definitive, come «nell'abisso ci hanno fatti cadere i tedeschi, ma sull'orlo dell'abisso ci hanno portato gli italiani, con la loro indifferenza e le leggi razziali».
Fabio Ferzetti
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