Mario Ajello

Domenica 30 Novembre 2014
Eppure, il secchio lo usano tutti ormai. A Roma sembra essere diventato il simbolo della Capitale. Il secchio azzurro al centro dell'aula Giulio Cesare in Campidoglio: serve a raccogliere le «lacrime di pioggia» (canterebbe Antonello Venditti) ossia tutta l'umidità che trasuda dal tetto dell'aula consiliare e finisce per creare un torrentino che scende sul pavimento, nonostante il restauro di questo luogo storico e magnifico sia costato all'erario due milioni e mezzo di euro. E il secchio che i portieri degli stabili usano per infilarci i detriti che hanno otturato il tombino davanti al palazzo e se non lo liberano loro dal fango non lo fa nessun altro e qualcuno può scivolare e rompersi? E il secchio - tanti secchi - che quei ragazzi volenterosi e civici l'altro giorno hanno riempito con le cartacce, le cicche, le sporcizie più varie del giardinetto di piazza Manila al Flaminio? Centinaia di secchi pieni di robaccia e poi, però, l'indomani mattina, stesso luogo, stessa ora, già il giardinetto era di nuovo ricolmo di immondizia abbandonata lì da romani e immigrati uniti nella maleducazione. Il secchio come oggetto riparatore del decoro offeso. Come simbolo della mobilitazione dal basso: le autorità non usano il secchio e allora lo usiamo noi (e ce lo paghiamo con i nostri soldi). Come emblema anche dello spreco (caso aula Giulio Cesare) e del soccorso con ciò che capita (per trovare un secchio a pochi soldi basta andare dai cinesi). Buonanotte al secchio, come si sa, è un motteggio di resa e di menefreghismo. Ma il secchio è l'opposto.
mario.ajello@ilmessaggero.it