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Ucraini in fuga dalla guerra: «Arrivati in 5, ora siamo in 60 grazie alla rete di generosità»

Ucraini in fuga dalla guerra: «Arrivati in 5, ora siamo in 60 grazie alla rete di generosità»
di Angela Pederiva
4 Minuti di Lettura
Sabato 23 Aprile 2022, 09:26

TREVISO - Due mesi fa i Bova erano una famiglia felice della buona borghesia di Kiev. Dmytro era amministratore delegato di una catena di elettronica, Zoya era agente turistica e consulente finanziaria, i loro tre bambini andavano a scuola e praticavano lo sport. Le vacanze sui Pirenei e sul Mar Rosso, i viaggi di piacere a Milano e di affari a Dubai, le magliette di marca agli aperitivi con i colleghi e i tacchi a spillo alle feste con le amiche. Con il 24 febbraio era cambiato tutto: al drammatico scoppio della guerra, era seguita la fuga repentina, primi profughi arrivati a Nordest a bordo di un suv Hyundai carico di angoscia, più che di bagagli. «Eravamo scappati con quello che avevamo addosso...».

Otto settimane dopo, li ritroviamo in provincia di Treviso, dov'erano stati accolti dall'imprenditore Sandro Bottega. Solo che adesso hanno una casa e un lavoro, frequentano la parrocchia e la comunità. E da 5, sono diventati 60: «Ucraini aiutati dagli italiani a costruirsi una nuova vita, ecco la nostra rete di auto mutuo-aiuto».

BENE
Nel suo inglese fluente, Dmytro ha inserito una parola di italiano: «Bene. Compatibilmente con quello che sta succedendo in Ucraina, possiamo dire che stiamo bene. Dopo i primi giorni da ospiti in agriturismo a Codognè, ora abitiamo in una casa vera a Colle Umberto, per cui paghiamo un affitto. Finalmente possiamo affrontarlo, perché da questa settimana lavoro a Pianzano (frazione di Godega di Sant'Urbano, ndr.), come responsabile del commercio estero nei Paesi dell'Est per un'azienda che produce beni di largo consumo. Zoya segue i nostri figli, che da lunedì cominceranno ad andare a scuola. Alla domenica saliamo sulle montagne, perché abbiamo scoperto che sono solo a mezz'ora. Certo, non possiamo più permetterci Cortina come facevamo una volta da turisti, però abbiamo trovato tanti bei posti lo stesso. Per il resto, non ho molto tempo libero, perché sento la responsabilità dei 55 connazionali che sono qui con noi. Una trentina sono stati accolti da Bottega, l'altra metà li ho fatti arrivare io. Ho coinvolto l'impresa Globus di Pierpaolo Lucchetta, che ha messo a disposizione alloggi per 17 persone e contratti da stagionali, dopo i primi aiuti come abbigliamento e cibo offerti dalla Caritas di Conegliano. La generosità che abbiamo trovato è fantastica, gli italiani sono incredibili».

SUSSIDIARIETÀ
Anche quando si sono spente le luci dei riflettori, che erano stati puntati sugli arrivi dei pullman, la macchina della solidarietà ha continuato a marciare, spinta dai privati, dalle associazioni, dalle istituzioni. «Un sistema dal basso, tipico esempio di sussidiarietà: era impensabile applicare i vecchi paradigmi dei grandi centri di accoglienza con un flusso composto prevalentemente da donne e bimbi, qui l'ospitalità è diffusa, con i problemi che vengono condivisi in una chat di WhatApp per trovare una soluzione rapida», spiega Sebastiano Coletti, sindaco di Colle Umberto. Concorda la collega Lisa Tommasella, prima cittadina di Codognè: «È come se si fosse formata una grande famiglia, in cui ci si aiuta l'uno con l'altro. C'è chi ha trovato un nuovo impiego in Veneto e chi lavora da remoto con la ditta in Ucraina, al venerdì mattina c'è il corso di italiano organizzato dall'istituto comprensivo, da lunedì ci sarà l'inserimento assistito a scuola, una domenica c'è stato un bel pranzo tutti insieme con i volontari della Caritas. Queste persone non sono affatto un peso per la collettività, perché hanno una grande voglia di darsi da fare».

FUTURO
Dmytro racconta un episodio che l'ha colpito parecchio: «La sera di Pasqua, ero in chiesa con la mia famiglia. Ad un certo punto il prete, parlando in inglese, ha invitato i fedeli a pregare per il popolo ucraino. Eravamo molto sorpresi, ma lo siamo rimasti ancora di più quando tutti si sono radunati attorno a noi, per stringerci le mani e augurarci una buona permanenza Siamo impressionati dalla sensibilità nei nostri confronti». Due mesi fa, i Bova confidavano di non poter immaginare un loro avvenire lontano dall'Ucraina.

Ma adesso?
«Non so ancora quale sarà il mio futuro dice il manager però mia moglie Zoya e bambini vogliono stare qui. Nella mia precedente vita visitavo abitualmente l'Italia, da Venezia ad Aosta, ma era solo per turismo. Ora invece la mia famiglia ha riconosciuto in questa terra un posto confortevole in cui vivere». Tuttavia il pensiero va sempre agli amici di Kiev, rimasti al fronte a combattere contro i russi. «Li sento quotidianamente al telefono rivela e mi dicono che vinceremo. Ne sono profondamente sicuro anch'io e vi assicuro che questa non è propaganda: giorno dopo giorno, siamo sempre più forti».

 

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