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Malore fatale in casa del papà: muore cuoco 51enne, era il figlio del pittore Bragato

Luca Bragato, figlio del pittore Gioacchino, aveva 51 anni
di Nicoletta Cozza
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 30 Marzo 2022, 06:30 - Ultimo aggiornamento: 09:38

PADOVA - È morto tra le braccia del papà, che lo chiamava disperatamente illudendosi che potesse rispondergli, e davanti agli occhi sconvolti della mamma, che gli aveva appena preparato la cena. Alle 19 dell’altra sera, infatti, nell’abitazione di via Gemito 4 all’Arcella, Luca Bragato, 51 anni, figlio del pittore Gioacchino, è stato stroncato da un infarto, come hanno riscontrato i sanitari del 118 arrivati subito sul posto. A nulla è valso il massaggio cardiaco praticatogli prima dal papà, e poi dai medici, perché il cuore di quel “ragazzone” tanto amato dai genitori, i quali ogni giorno andavano a mangiare da lui per tenergli compagnia, non ha più ripreso a battere. Oltre al padre 81enne, lascia la madre Mafalda di 86 anni, il fratello Paolo, la cognata Maria, e i nipoti Riccardo e Beatrice. L’addio è stato fissato per venerdì alle 15,30 nella sala del commiato del Cimitero Maggiore.


LA STORIA
Nelle ultime due settimane in effetti Luca Bragato per tre volte era finito al Pronto soccorso in seguito ad altrettante cadute, due avvenute nell’abitazione e una per strada: era stato curato e seguito, e dimesso con una terapia che il genitore gli somministrava regolarmente. «Mio figlio - ricorda Gioacchino, notissimo non solo per la sua attività di pittore naïf che ha esposto le sue opere in gallerie di tutto il mondo, ma anche per essere stato per anni cuoco del ristorante “Al Pero” di via Santa Lucia - soffriva di depressione e quindi in famiglia cercavamo di stargli vicino e di fargli sentire il nostro affetto. L’altra sera aveva manifestato il desiderio di mangiare del prosciutto cotto: glielo abbiamo dato e poi io sono uscito 2 minuti per andargli a comprare le sigarette. Al rientro ho trovato mia moglie che gli sorreggeva la testa e lui immobile: con una mano ho chiamato il 118 dal cellulare, e con l’altra gli ho massaggiato il cuore. Poi l’ho abbracciato perché ho capito che se n’era andato per sempre. Anche i sanitari della Croce verde hanno fatto l’impossibile per rianimarlo e non posso che ringraziarli, ma l’infarto è stato fulminante. Io e Mafalda poi lo abbiamo vegliato fino all’una di notte».
«Mio figlio - prosegue tra i singhiozzi - era alto un metro e 87 e pesava un quintale e 30, ma aveva il viso di un angelo. Era sensibilissimo e soffriva di una forma di depressione che stavamo curando con i farmaci. Lavorava per la cooperativa Cosep e dipingeva oggetti per i ragazzini disabili. Abbiamo a casa qualche opera fatta da lui, tra cui un gufo, uno straordinario mosaico inserito in un cerchio, e alcuni disegni, che esprimono quante capacità avesse. Ma soprattutto si faceva amare dalle persone, perché era generoso e dava agli altri tutto ciò che possedeva. Era stato volontario al bocciodromo di via Pilade Bronzetti assieme a me una ventina di anni fa e i frequentatori ancora lo ricordano, come le persone che aveva conosciuto durante le degenze, che gli hanno mandato poi lettere di grande apprezzamento. Per noi genitori è una tragedia: porteremo le ceneri di Luca a casa, per continuare a tenerlo vicino».
 

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