«Io, figlio di camorrista sono salvo grazie a Giancarlo Siani»

«Io, figlio di camorrista sono salvo grazie a Giancarlo Siani»
di Daniela De Crescenzo
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Mercoledì 22 Settembre 2021, 10:20 - Ultimo aggiornamento: 10:37

«Giancarlo mi ha salvato la vita. Ero un ragazzino di quelli che definiscono a rischio, grazie a lui oggi vivo di teatro, ho fondato una casa di produzione, sono sposato e ho due figli. Tutto perché una maestra vera mi ha fatto conoscere la faccia pulita di un ragazzo che aveva sfidato la camorra»: Alessandro Gallo racconta la sua vita di ragazzo di periferia in bilico tra mondi diversi. Alessandro è nato a Soccavo in una famiglia difficile. Il padre, narcotrafficante legato ai Di Lauro, è stato più volte in galera, dopo l'ultimo arresto, nel 2015, ha scontato una pena di dodici anni. Ha una cugina, Cristina Pinto, che chiamano Nikita come la protagonista del film di Besson, ed è una delle poche killer di camorra. Lui, invece, nel 2011 ha scritto un libro, Scimmie, che racconta la storia di tre ragazzini e un giornalista. Il giornalista, nella sua fantasia è Siani. Da allora non si è fermato più: nel 2019 per Rizzoli ha pubblicato Era mio padre, il suo ultimo romanzo. Scrittura, teatro e legalità sono diventati i confini delle sue giornate.

Dove ha incontrato Siani?
«In classe. La mia scuola, l'Italo Svevo di Soccavo, partecipò al premio Siani e lo vinse. Io facevo parte di un gruppo di ragazzi molto irrequieti. Nell'istituto c'era un teatro e una prof, la maestra Angela, aveva organizzato uno spettacolo sui temi della legalità. Io e i miei amici distruggemmo tutte le scenografie. Poi uno di noi confessò: la bravata poteva costarci cara, ma Angela alla punizione preferì l'insegnamento e strinse con noi un patto: avremo concluso l'anno scolastico partecipando al laboratorio di teatro. Mettemmo in scena La Tempesta di Shakespeare e io ero Prospero, il protagonista. Dopo un po' di tempo lei si presentò in lacrime e ci disse che avevamo vinto il premio Siani. Noi facemmo finta di non conoscere Giancarlo, in realtà sapevamo bene che era stato un giornalista e quindi uno spione, un uomo di merda. Allora per noi, giornalisti, magistrati e poliziotti, erano nemici. Eppure decidemmo di andare alla manifestazione per far contenta la prof a cui intanto ci eravamo affezionati. E così io e gli altri fummo premiati da Paolo, il fratello di Giancarlo, che ci consegnò una targa e un assegno».

Cosa ricorda di quel giorno?
«Il sindaco di allora, Antonio Bassolino, mi chiese: Dove ti senti sicuro?. Ed io risposi: A scuola. Era vero. Con i soldi del premio rimettemmo in sesto il teatro, comprammo nuove luci e un po' di materiale. Intanto la prof ci leggeva gli articoli di Siani e ce li spiegava. Poi un giorno ci portò la foto di Giancarlo e ci spiazzò: noi, quel giornalista che si era battuto contro la camorra lo immaginavamo un po' come batman. E invece ci accorgemmo che era un ragazzo normale. Io dissi Prof, ma questo somiglia al figlio del macellaio. Finì che nel mio primo romanzo, Scimmie, introdussi un personaggio che si ispirava a lui».

Poi il teatro è diventato il suo mestiere.
«Vivo a Bologna e ho un centro di produzione, Caracò, che si occupa di cinema, teatro, ed educational. Abbiamo aperto un portale, Educa tv che ha diecimila tra studenti e docenti abbonati».

Quella sua e dei suoi compagni è un'esperienza ripetibile?
«Certo, ma solo se mettiamo le scuole in grado di elaborare nuove metodologie. I miei insegnanti ci venivano a prendere a casa. Angela ci portò dalla costumista più importante del San Carlo e passammo una giornata con lei. Ci faceva giocare con la magia. La prof passava ore e ore a scuola e si dedicava a noi totalmente. In quegli anni si faceva tanto, oggi io faccio fatica anche ad attivare un'ora di laboratorio a Napoli».

Ha mantenuto rapporti con la sua famiglia?
«Sì. Da ragazzino guardavo mio padre con ammirazione, eppure non ne ero orgoglioso. Il contesto sociale mi chiedeva di ammirarlo, ma in fondo non ero convinto, anche perché avevo una madre che ogni volta che il fuoco della camorra ci accerchiava soffiava via le fiamme. Eppure, anche se si era separata da papà, mamma ci ha insegnato a rispettarlo comunque, buono o cattivo che sia. Anche questa è la differenza tra noi e i camorristi: il rispetto degli altri, anche se non ci vanno bene. Io da bambino per incontrare papà ho girato tutte le carceri italiane, i miei figli con me girano per i teatri. Oggi che mio padre ha 67 anni e ha passato metà della sua vita in carcere, continuiamo a vederci e ad essere profondamente diversi».

Cosa le resta di Giancarlo?
«Quando vado nelle scuole porto sempre suoi articoli e li leggo. Le sue sono storie attuali: i muschilli di cui lui parla noi li chiamiamo guaglioni delle paranze, ma sono sempre ragazzini usati per lo spaccio. E anche il linguaggio di Giancarlo, semplice e diretto, colpisce i più giovani. Spesso restano affascinati, proprio come successe a me venticinque anni fa».

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