Web tax, Parigi valuta lo stop e gli Usa minacciano l'Italia: «Ritorsioni commerciali»

Mercoledì 22 Gennaio 2020 di Antonio Pollio Salimbeni

Non bastava attaccare la Francia, adesso è il turno di Italia e Regno Unito. Ecco una nuova minaccia di dazi che si aggiunge alle altre minacce di ritorsioni commerciali generalizzate o quantomeno generalizzabili che arrivano da oltre Atlantico. Questa volta lo scontro è sulla Web Tax, la tassazione dei gruppi digitali come Google, Amazon e Facebook, sulla quale l'Europa sta giocando una difficile partita politica per raggiungere un accordo internazionale. Nel frattempo, però, alcuni grandi stati Ue procedono con la tassazione nazionale per esercitare la massima pressione specialmente sugli Stati Uniti, per alleggerire il carico fiscale a chi le tasse le paga e mostrare alle opinioni pubbliche che è finito il tempo delle regalìe alle multinazionali. L'anno scorso è stato il turno della Francia, da gennaio è partita l'Italia con un'imposta simile del 3% sui ricavi.

Davos, sfida a distanza Greta-Trump. Il Presidente:

Ma per la Francia Macron e Trump hanno appena concordato una tregua dopo settimane di polemiche di fuoco: dura pochi giorni, tuttavia oggi è possibile che a Davos, il ministro delle finanze francesi Bruno Le Maire, il segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin e il numero uno dell'Ocse Angel Gurria possano trovare lo spazio per evitare l'escalation delle minacce di dazi a destra e a manca. E trovare una soluzione a metà strada. Allarmatissima per il rischio di ritorsioni americane in una fase politicamente delicata per Macron (la rivolta contro la riforma delle pensioni), la Francia ha messo sul tavolo la sospensione del pagamento dell'imposta quest'anno.

IL PROGRAMMA
Ma per Trump la tregua è una possibilità che viene adeguatamente centellinata per scompaginare il fronte degli avversari. Mentre tratta con uno, agita la tagliola per gli altri. Così a The Wall Street Journal il segretario al Tesoro americano dice: spero che Regno Unito e Italia sospendano i loro piani «altrimenti si troveranno di fronte alle tariffe del presidente Trump. Avremo conversazioni con loro simili» a quelle con i francesi. Governo avvisato Downing Street ha indicato che il programma è procedere con la tassazione dei servizi digitali ad aprile. L'altra sera il ministro dell'economia Roberto Gualtieri ha ribadito che l'Italia «ha bisogno di un passo avanti anche con misure fiscali di tassazione come la digital tax» appena entrata in vigore. Da parte italiana si fa affidamento anche sul fatto che l'imposta - pur se entrata in vigore - non dovrà essere versata prima di febbraio 2021 e dunque si ritiene probabilmente che ci siano margini per proseguire il dialogo con Washington, in vista di una soluzione globale.
Intanto i fari sono puntati su Davos. Ieri hanno discusso di Web Tax i ministri finanziari europei facendo emergere la solita, classica divisione, con scandinavi e irlandesi nettamente contrari, Francia, Germania e Italia a tenere il punto: se non ci sarà un accordo globale entro l'anno, ci sarà una tassa europea. Dice il vicepresidente della Commissione Dombrovskis. «Continuiamo a preferire un'imposta globale tuttavia siamo pronti a procedere con una misura Ue in mancanza di un accordo all'Ocse: richiederà tempo tuttavia è un fatto che attualmente le multinazionali digitali pagano al massimo un terzo di quanto dovrebbero e questo è un problema» che va risolto. I giganti del Web danno un bel contributo all'erosione fiscale su scala mondiale valutata dall'Ocse in 240 miliardi di dollari l'anno.

I DUE PILASTRI
Il negoziato all'Ocse è su due pilastri. Il primo riguarda, appunto, l'imposta su una parte dei ricavi che le multinazionali (sopra una certa soglia di ricavi) realizzano sul territorio nazionale anche senza disporre di una presenza fisica. Il secondo riguarda un meccanismo globale anti-erosione delle basi imponibili per definire un livello minimo di tassazione dellemultinazionali. A dicembre il segretario al Tesoro Mnuchin aveva detto chiaro e tondo che «gli obiettivi del primo pilastro potrebbero essere sostanzialmente raggiunti trasformandolo in un regime di porto sicuro». In sostanza, le società Usa sarebbero libere di scegliere se rispettare o meno il nuovo regime. Una presa in giro respinta dalla Ue al mittente. Spiega una fonte europea: «L'idea è raggiungere un'intesa all'Ocse nella riunione di fine mese sul principio generale, il che implica l'addio all'ipotesi porto sicuro. Gli Usa hanno tutto da perdere se i grandi stati europei procedono in ordine sparso. Poi nei prossimi mesi il negoziato sui dettagli». Le Maire dichiara: «Lavoriamo con Mnuchin, i nostri esperti sono in contatto giorno e notte per trovare una soluzione. sarà un negoziato difficile, il diavolo è nei dettagli, ma siamo nella giusta direzione: l'obiettivo di tassare le attività digitali nel quadro globale è condiviso per cui resta da costruire il cammino che ci porta a tale spero entro fine 2020».

Ultimo aggiornamento: 07:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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