Venezuela, Procuratore generale contro Guaidò: non lasci il Paese, beni sequestrati

Venezuela, Procuratore generale contro Guaidò: non lasci il Paese, beni sequestrati
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Martedì 29 Gennaio 2019, 10:00 - Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio, 13:28

All'indomani delle sanzioni americane contro la società petrolifera statale Pdvsa per chiudere i rubinetti al presidente Nicolas Maduro e costringerlo a lasciare, il governo venezuelano replica tentando di vietare l'espatrio e di congelare i conti del leader dell'opposizione Juan Guaidò, autoproclamatosi presidente ad interim e riconosciuto da vari vari Paesi, tra cui gli Usa.

A chiedere le misure restrittive è statoIl Procuratore generale del Venezuela Tarek William Saab. Il magistrato ha chiesto che, a seguito di un'indagine preliminare realizzata dal Pubblico ministero sui disordini avvenuti in Venezuela negli ultimi giorni, si dispongano misure restrittive per Guaidò, fra cui il divieto di lasciare il Paese. Una decisione in merito deve essere presa dal Tribunale supremo di Giustizia (Tsj).

«Non è che sottovaluto la possibilità di finire in prigione, ma disgraziatamente non c'è nulla di nuovo sotto il sole: il regime non dà risposte ai venezuelani, l'unica risposta è la repressione e la persecuzione», ha replicato Guaidò, il presidente del Parlamento venezuelano che ha assunto i poteri dell'Esecutivo, alla notizia che il Procuratore generale ha chiesto che si dispongano misure restrittive contro di lui.

«Anche se sono altri ad orchestrare questo», alla fine «sarà lui ad avere le mani sporche di sangue», è intanto il monito di Nicolas Maduro al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, lanciato in seguito alle accuse mosse nei confronti del consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, John Bolton, di desiderare «un intervento militare» in Venezuela. Ormai alle corde, il presidente venezuelano cerca di prendere tempo mentre il Guaidò trova il sostegno degli Usa.

Guaidò ha annunciato di aver preso il controllo dei fondi della società petrolifera di Stato, la Pdvsa, negli Stati Uniti, tagliando di netto la maggiore fonte di sostentamento al Governo venezuelano. Su iniziativa del dipartimento del Tesoro americano, infatti, sono stati bloccati i conti e gli asset statunitensi della petrolifera, compresi quelli della filiale di Citgo, prima che Guaidò informasse Caracas di una "presa di controllo progressiva ed ordinata" dei beni che lo Stato venezuelano possiede all'estero.

Un colpo ben assestato, considerato che insieme a Canada e Arabia Saudita, il Venezuela è il principale fornitore di greggio degli Stati Uniti, dove la Pdvsa ha circa 7 miliardi di dollari in asset e 11 miliardi di dollari in ricavi dell'esportazione. Una mossa, secondo Guaidò, approntata per «impedire che nella sua fase di uscita, non contento di aver rubato tutto quello che hanno rubato, l'usurpatore e la sua banda non decidano di raschiare il fondo del barile».

Viaggia sulla stessa linea l'altolà da parte della Bank of England alla richiesta avanzata da Maduro per il ritiro di 1,2 miliardi di dollari in lingotti d'oro. Già lo scorso sabato, Londra si era unita agli Usa, riconoscendo anch'essa Juan Guaidò come nuovo presidente ad interim del Venezuela, prima che lo stesso scrivesse alla premier Theresa May e al numero uno della banca centrale, Marck Karney.

Per tutta risposta, il presidente venezuelano ha annunciato nella giornata di ieri che "prenderà tutte le misure legali, tecniche e commerciali per difendere gli interessi" del suo Paese negli Stati Uniti, dopo l'annuncio da parte del Dipartimento di Stato di sanzioni, definite "illegali, criminali", contro l'impresa venezuelana Pdvsa e la sua principale filiale di raffinazione Citgo, che opera in territorio statunitense".

Intanto, la settimana che si è aperta ieri vedrà il popolo venezuelano tornare in piazza: dopo il successo del 23 gennaio, infatti, il "presidente incaricato" è tornato a parlare ai suoi connazionali via Twitter, esortandoli a scendere in piazza già domani, per una manifestazione pacifica di due ore, e poi sabato 2 febbraio, con una dimostrazione di massa, dentro e fuori i confini del Venezuela. Una data scelta con cognizione di causa, dato che coinciderà con il termine dell'ultimatum internazionale finalizzato ad una nuova tornata elettorale. Secondo Juan Guaidò «la cosa più importante» è proprio «realizzare le condizioni che permettano di organizzare elezioni vere, libere e democratiche».

 

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