Pier Ferdinando Casini: «Venezuela, in Italia i due deputati da sei mesi nella nostra ambasciata»

Domenica 1 Dicembre 2019 di Marco Ventura
Pier Ferdinando Casini: «Venezuela, in Italia i due deputati da sei mesi nella nostra ambasciata»

Passa anche attraverso Pier Ferdinando Casini e la sua missione di dialogo in Venezuela la riapertura di uno spiraglio di mediazione tra il presidente venezuelano in carica, Nicolás Maduro, e l'autoproclamatosi Juan Guaidó, riconosciuto da 57 paesi eppure inchiodato al suo ruolo di presidente di un Parlamento in scadenza. E il segno del dialogo è un successo che Casini, decollato ieri sera da Caracas per Roma, ha centrato con la sua visita da presidente dell'Unione interparlamentare: portare in Italia due deputati con doppia cittadinanza, venezuelana e italiana, che si erano rifugiati l'8 e 9 maggio nella nostra Ambasciata perché accusati di cospirazione e privati dell'immunità. Gli onorevoli Mariela Magallanes e Americo De Grazia, entrambi del movimento Causa R, sono infatti moglie e figlio di italiani, il secondo ferito nell'assedio all'Assemblea nazionale. «Sono parlamentari che conosco da lunga data e che mi stanno a cuore come mi sta a cuore il Venezuela», spiega Casini lasciando Caracas. «Abbiamo condiviso queste ore nell'Ambasciata e li ho visti in uno stato d'animo altalenante: gli piange il cuore a lasciare il Venezuela, ma sono felici di riabbracciare i propri cari che nel frattempo sono andati in Italia. Ci sono momenti nella vita delle persone che non sono uguali agli altri, come non lo sono stati questi sei mesi per loro».
Qual è il senso della sua missione?
«Il dialogo. Avevo di fronte a me due strade: sventolare la bandiera delle mie opinioni personali, o sventolare il Tricolore. Ho scelto la seconda, e sono grato a chi mi ha consentito di tornare da Caracas in compagnia di questi due colleghi. Su altre situazioni si sta concentrando ora l'incaricato d'affari Placido Vigo, in pieno accordo con la Farnesina che ha lavorato con noi a pieno ritmo. In particolare, da quasi un anno è detenuto nel carcere Helicoide il cugino di Guaidó, Juan Antonio Planchart, anche lui cittadino italiano, a cui è stata diagnosticata una forma tumorale al collo. Abbiamo chiesto che possa curarsi in Italia».
Com'è stato l'incontro con Maduro?
«Il discorso con lui è stato onesto e franco. Ho ricordato al presidente le mie posizioni e lui mi ha detto che potevo risparmiarmi la fatica perché aveva seguito i dibattiti parlamentari in Italia e sapeva benissimo come la pensavo. Poi abbiamo parlato di questi atti umanitari, e della situazione complessiva. Che è paradossale. Tutti vogliono il dialogo, salvo forse alcuni gruppi più radicali dell'opposizione. Maduro e Guaidó vogliono entrambi le elezioni, ma diverse: Maduro quelle del Parlamento e Guaidó le presidenziali, perché non riconosce la legittimità dell'avversario».
Nel frattempo un gruppo minoritario dell'opposizione ha aperto il dialogo...
«Sì, e quanto meno ha ottenuto il risultato che i deputati chavisti sono rientrati nel Parlamento: è un primo passo significativo, perché invece avevano delegittimato Guaidó come presidente dell'Assemblea. E non dimentichiamo che la piazza non è riuscita in questi mesi a buttare giù il governo»
Il paese è allo stremo, con un'inflazione al 200 mila per cento e il 90 per cento di famiglie in stato di indigenza. Che cosa fare?
«Va trovata una via d'uscita. I colloqui in Norvegia, che purtroppo si sono interrotti, a qualcosa sono serviti. Intanto le parti si sono sedute allo stesso tavolo. Ovviamente ho incontrato la comunità italiana, che è esausta ma fiera, e resistente. Sono stato a Maracaibo e il quadro è davvero triste. Il problema numero 1 è la sicurezza, ma spesso mancano acqua e luce, le imprese si sono dovute attrezzare con costosi impianti autonomi. Interminabili sono le file ai distributori di carburante. E c'è un'emigrazione consistente di italiani e loro figli che rientrano in Italia e in Europa».
 

Maduro e Guaidó riusciranno ad accordarsi?
«Al di là di come appare quando fa propaganda alla Tv, Maduro è concreto e realista; e Guaidó non mi è parso una testa calda, ma un leader politico che si rende conto delle contraddizioni del momento, sa perfettamente che il riconoscimento di 57 Stati è solo simbolico. E vuole il dialogo, purché non sia un espediente del governo per prendere tempo».
 

Ultimo aggiornamento: 16:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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