La gaffe di Johnson: «Il successo nei vaccini grazie ad avidità e capitalismo». Poi le scuse

La gaffe di Johnson: «Il successo nei vaccini grazie ad avidità e capitalismo». Poi le scuse
di Riccardo De Palo
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Mercoledì 24 Marzo 2021, 22:15

Si è scusato per la gaffe trapelata alla stampa, spiegando di stare scherzando. Ma le parole di Boris Johnson, prese di peso da “Wall Street” di Oliver Stone, rischiano di far peggiorare ancora di più i rapporti tra Londra e Bruxelles. «La ragione per la quale abbiamo avuto successo con il vaccino è stato il  capitalismo e l'avidità, amici miei», ha detto il premier britannico in una riunione con esponenti Tories via Zoom (a dimostrare che le riunioni virtuali sono vere miniere di scivoloni), echeggiando le parole di Michael Douglas, ovvero il Gordon Gekko del film, che dice “greed is good”, l’avidità è buona, nel film che racconta il turbocapitalismo degli anni Ottanta.

In effetti, la correttezza della citazione, e la spiegazione che si trattava di uno scherzo, è venuta dal sottosegretario per il Galles, David TC Davies, che ha criticato come “irresponsabile” chi ha dato l’informazione alla stampa, peraltro proprio mentre ad Anagni scoppiava il caso dei 29 milioni di vaccini pronti a prendere il volo (secondo la casa farmaceutica, 13 milioni per i paesi in via di sviluppo e gli altri proprio per la Ue).

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Secondo un tabloid, il premier avrebbe detto di essersi pentito per la battuta, e chiesto al pubblico di dimenticare le sue parole. Il premier, in definitiva, voleva soltanto riconoscere il ruolo dell’industria farmaceutica, e le sue parole sono state citate fuori dal contesto. Ma l’opposizione laburista lo ha accusato di avere avuto un’uscita di “cattivo gusto”.

«Molti moriranno nel mondo perché le case farmaceutiche controllano le licenze dei vaccini, questo impedisce la produzione ai livelli necessari - ha detto il laburista Richard Burgon Boris  Johnson applaude a questa avidità e  capitalismo, bisogna rinunciare alle licenze per permettere che tutti siano vaccinati». Senza contare che le parole di Johnson non sfiorano neanche il ruolo di ricercatori, medici e ricercatori impegnati nella guerra al coronavirus.

 

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