Assalto al congresso Usa, l'atto finale dopo quattro anni di follie

Donald Trump, l'atto finale dopo quattro anni di follie
di Mario Ajello
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Giovedì 7 Gennaio 2021, 00:23 - Ultimo aggiornamento: 16:21

Un dramma così scadente, di delirio e di follia, di potere e di rabbia, Shakespeare non lo ha scritto mai. L’epilogo della presidenza di Trump ha qualcosa di macchiettistico e di profondamente inquietante. In linea con un personaggio che in questi anni alla Casa Bianca sembrava poter promettere all’inizio una diversità virtuosa rispetto al politicamente corretto e al tran tran sempre meno professionale della politica americana e che invece è finito, via via, per confermare tutti i pregiudizi che si avevano su di lui. Accuse, insulti, tweet, l’esibita estraneità ad ogni protocollo e a qualsiasi occasione di confronto dentro e fuori dagli States, un abbassamento del rango della presidenza americana e un’incapacità a risultare credibile - «Io me ne infischio di essere credibile agli occhi di chi non ha credibilità fuori dal proprio salottino ininfluente e benpensante», sì è sempre difeso The Donald - che parevano un segno di eccentricità e si stanno rivelando in queste ore cruciali un pericolo per la dignità di quella che viene considerata la massima democrazia del mondo.

Quell’azzardo che indebolisce la democrazia

 

L’amico del popolo

«Il popolo è con me», è sempre stato il suo mantra. Ma a dispetto della sconfitta con Biden il mantra è rimasto quello e lo scollamento dalla realtà di un sovrano che non ammette altra sovranità che la propria («Non vi libererete mai di me», disse due mesi fa in modalità Jocker ed è restato fedele a quella minaccia anche se gran parte del suo partito lo ha mollato) sembra la fase suprema del populismo da ultima trincea. Quella da cui i facinorosi che gridano «Fight for Trump!» si muovono per mettere a soqquadro l’America, assaltando a mano armata il Congresso. In un incubo da romanzo apocalittico alla Don Delillo o fantapolitico alla Philip Roth. I leader disperati sono pronti a qualunque pazzia. Ed ecco il caso. E’ fallito tra le mani di Trump lo schema per cui sarebbe dovuta essere la Corte suprema amica a decidere chi si sarebbe insediato alla Casa Bianca, e la delusione sta andando clamorosamente, e non imprevedibilmente, in scena in queste ore. Che fanno dell’America un gigante che traballa agli occhi del mondo il quale, nel bene o nel male, lo ha sempre considerato un pilastro incrollabile. La Cina come nemico, il Russiagate, il rifiuto di ogni multilateralismo e abbasso l’Europa e viva America First, la convinzione (non errata) che il trumpismo ci sarà anche dopo Trump e infatti la rivincita tra quattro anni è l’ossessione di The Donald, l’esaltazione della paura dei penultimi e la rincorsa del loro consenso contro ogni idea di solidarietà e di pluralità, il virus negato (ma che lo ha contagiato), temere più la povertà che la malattia, la libertà intesa come individualismo senza condizioni e senza limiti, protezionismo e sovranismo, ideologia anti-establishment, rifiuto del politicamente corretto, il non fidarsi delle tivvù (se non dei network a lui favorevoli e che ne hanno creato, vedi la Fox, il mito) ma affidarsi alle fake news che le smentiscono: un po’ alla rinfusa, questo è stato in questi anni il trumpismo. Un’idea del mondo, e dell’America, contagiosa: sennò, il presidente sconfitto non avrebbe ottenuto il seguito record di 74 milioni di voti e di 88 milioni di follower. L’attacco al Congresso questo vuole significare: il trumpismo è vivo a dispetto dei «brogli elettorali» che lo danno per morto. E guai a sottovalutare questa follia più lucida, ma anche più inquietante, di quello che possa apparire. Si è presentato in questi lunghi quattro anni come un uomo fuori dal sistema e il format, se non fosse stato per il Covid mai capito e mal gestito, poteva forse funzionare ancora. E’ questa alternatività che dà forza all’ultima follia di The Donald, che non è purtroppo un film comico come l’impareggiabile Ultima follia di Mel Brooks.

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L’identità

La violenza dell’America profonda e singolarmente armata (tranne che di mascherina e infatti nessuno degli assalitori del Congresso la indossa se non altro per non farsi riconoscere) è quella che nel trumpismo si è riconosciuta ma nel richiamo identitario che questo personaggio esercita si condensa anche la rabbia delle masse dimenticate, i forgotten, da chi parla solo di diritti civili per gay e altre minoranze e non di lavoro-lavoro-lavoro e di altri bisogno materiali da solitudine globale della classe media impoverita. Guai insomma a non calarsi criticamente, ma realisticamente, nelle ragioni che hanno fatto di Trump un simbolo. Radicalizzare, spaccare, ideologizzare, puntare sulla trinità Dio, Donald e famiglia, vellicare gli estremismi religiosi degli evangelici e di altre correnti fondamentaliste: il trumpismo è questo. E il progetto per dargli continuità è quello, per The Donald, di una televisione tutta sua (con Murdoch ormai da tempo è rottura), per rimanere ancora sulla scena e e per dare voce al popolo suprematista e di una «mobilitazione permanente» dei suoi seguaci (quello di queste ore è solo l’antipasto) per non dare tregua ai «ladri di democrazia». «Il popolo è arrabbiato più che mai», ha detto l’altro giorno: «E io sono il più arrabbiato di tutti». Al punto di travolgere la dignità della Casa Bianca e di una nazione immeritevole di una vicenda come questa.

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