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Ungheria, elezioni con l'incognita della guerra ucraina: Orban resta favorito (per il quarto mandato di fila)

Clima di incertezza, il Paese in bilico tra Est e Ovest

Ungheria, elezioni con l'incognita della guerra ucraina
4 Minuti di Lettura
Venerdì 1 Aprile 2022, 20:42 - Ultimo aggiornamento: 2 Aprile, 19:38

Contro l'opposizione, i migranti, le comunità Lgbt. E soprattutto contro la "jihad dello stato di diritto" scatenata dall'Ue contro Budapest. Quando aveva lanciato la campagna elettorale, il premier ungherese Viktor Orbán, in corsa per il quarto mandato consecutivo, aveva dato sfoggio a tutto il proprio repertorio sovranista. Allora, la guerra in Ucraina era solo un'ombra che si proiettava minacciosa sull'Europa. Il nemico era ad Ovest, la linea del fronte a Bruxelles. Ora che i cannoni sono tornati a tuonare nel cuore del vecchio continente, si è imposto un cambio di passo, l'ennesimo per il leader dalle tante metamorfosi.

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E così nel giro di un mese, da uomo forte in lotta contro tutto e contro tutti, Orbán ha indossato i panni del garante della pace, riuscendo a trasformare il suo tallone d'Achille (i rapporti stretti con il Cremlino) in un'opportunità, quella della neutralità, dell'equidistanza tra Mosca e Kiev. «Lgbt, migranti, pandemia: tutto sparito», racconta all'Ansa la vice sindaca di Budapest, Kata Tuttő. «La guerra in Ucraina ha ridisegnato l'agenda politica ed elettorale. Ed è incredibile vedere come Orbán, che per dodici anni non ha fatto altro che usare una retorica di guerra, scagliandosi ora contro Soros, ora contro i migranti, si presenti come l'uomo della pace, mentre accusa noi dell'opposizione di voler trascinare il Paese nel conflitto. E' difficile da digerire questa distorsione della realtà».

La macchina della propaganda, spiega ancora la politica ungherese, si è adattata alle nuove contingenze. «Da mattina a sera il messaggio di Orbán, insieme semplice e spaventoso, viene diffuso all'unisono da giornali, tv, radio», prosegue la vice sindaca. «Quando si parla di pluralismo dei media si pensa ad un concetto astratto ma non lo è: nella bolla di Fidesz il 40% crede che la guerra sia stata in qualche modo provocata, una realtà senza precedenti in Europa». Una narrazione che sembra far presa nella popolazione. Jzsef, proprietario di un negozio nel centro di Budapest, non usa mezzi termini per qualificare gli uomini di Fidesz, partito di maggioranza al governo. «Una banda di criminali», dice confessando di aver votato per loro in passato. Ora non sa, deciderà domenica, all'ultimo minuto. «È una scelta tra cattivi e pessimi - spiega - e poi bisogna essere cauti: ora c'è la guerra. Nonostante le pose di Orbán, l' Ungheria è troppo piccola per decidere da sola, ma su una cosa ha ragione: bisogna starne fuori, la neutralità è la scelta più saggia in questo momento».

L'incertezza

L'incertezza regna sovrana alla vigilia di uno dei voti più cruciali non solo per l' Ungheria, ma per la stessa Ue. Dalle ultime rilevazioni, emerge un paese profondamente spaccato, con Fidesz leggermente in vantaggio sull'opposizione e un terzo degli elettori ancora indeciso. «La vera posta in gioco - racconta ancora Tuttő - non è l'ingresso dell' Ungheria in guerra ma i rapporti con il Cremlino e l'appartenenza stessa del paese all'Ue e alla Nato. In questi anni Orban ha spinto l' Ungheria quasi fuori dall'Ue e non sappiamo quanto sia realmente dipendente dal Cremlino. Forse un pò di più di quanto non si immagini».

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