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Ucraina, il Paese dei padri rubati. «Ma non sempre i figli accettano la separazione»

Oggi in Ucraina sarebbe stato il primo giorno delle vacanze di Primavera. Moltissime le famiglie che si sono divise: uomini al fronte, donne e bambini in salvo

Ucraina, il Paese dei padri rubati. «Ma non sempre i figli accettano la separazione»
di Francesca Pierantozzi
4 Minuti di Lettura
Sabato 19 Marzo 2022, 00:27 - Ultimo aggiornamento: 14:42

Sul calendario ucraino oggi non è la festa del papà. Nel vecchio mondo inghiottito dalla guerra, oggi sarebbe stato il primo giorno delle vacanze di Primavera: scuole chiuse per una settimana, magari un viaggetto in famiglia, oppure i bambini dai nonni. Quel calendario racconta una storia che non esiste più. C’è rimasta segnata pure la festa “dei padri”: la terza domenica di giugno, il 19 quest’anno. I bambini usano scrivere ai padri delle “cartoline” per la loro festa, dicono. Adesso non c’è nessuna vacanza, non c’è nemmeno la primavera. E i padri sono al fronte. Quasi tutti: la mobilitazione generale impone da fine febbraio a tutti gli uomini ucraini, dai 18 ai 60 di prendere le armi. Una cronista della BBC che segue il flusso continuo dei rifugiati diceva l’altro giorno che vista dalla Moldavia, «l’Ucraina sembra un paese di donne».

Ci sono solo loro, da settimane, in fila per ore dietro le transenne bianche e rosse che segnano il confine di polvere e fango: figlie, madri, nonne. Quasi tre milioni hanno attraversato le frontiere verso ovest, per lasciarsi dietro le bombe dei russi. E gli uomini. Dentro la guerra c’è anche questo: le famiglie che si spaccano, chi al fronte, chi profugo. Le fotografie e le cronache dai sottosuoli dove vive chi resta, raccontano anche i traumi intimi. Come il piccolo Dimitri - chi tiene il telefonino che fa il video lo chiama per nome – che non sembra impaurito, nemmeno addolorato, ma molto arrabbiato: «Papà se n’è andato e mi ha lasciato qua». Raccontano di Vladyslav, che la mattina del primo giorno di guerra ha preso la macchina, sua moglie e sua figlia di 12 anni e sono andati dai nonni, sui Carpazi. «Mi vergogno – ha detto Vladyslav, non il suo vero nome – dovrei stare a combattere e invece sono rimasto qui. I miei non vogliono che vada, io non ho il coraggio di lasciare la mia famiglia, sono l’unico che lavora. Ma mi vergogno anche di fronte a loro, di fronte a mia figlia». Le cronache raccontano di Rodion, rimasto a Lviv, in un posto di cui non comunica l’indirizzo esatto, ma a 200 metri da casa dove non c’è più nessuno. 

Le storie

Lui faceva il perito informatico, adesso ha il fucile in mano. La moglie Kateryna e le due figlie di 13 e 15 anni sono arrivate in Polonia. Al telefono parlano poco, le ragazze nemmeno lo salutano. Le parole per parlare di questo col padre non le hanno ancora imparate. «Hanno paura – dice lui – pure di dirmi ciao». C’è anche la storia di Oleksandr: lui di figli ne ha due, di 11 e 16 anni, e un terzo è in arrivo. Sua moglie Olena è incinta di sei mesi. Hanno deciso che separarsi era impossibile: irragionevole ma impossibile. Sono restati a Kiev, insieme. «Voglio vivere - dice Oleksandr – e far nascere mia figlia in un paese libero». Lui adesso coordina una squadra per addestrare i civili. Non che sia un esperto di guerra: è avvocato, e si occupa del sito che fornisce le istruzioni a chi deve combattere. Lui e Olena ai traumi che peseranno su di loro, sulla loro famiglia, preferiscono non pensare: c’è da pensare a sopravvivere. «Ce la faranno» continua a dire dice Boris Cyrulnik. Il pedopsichiatra di 85 anni parla molto in questi giorni. È lui che ha “inventato” la parola resilienza. Lo ha fatto studiando i casi dei bambini che subiscono i traumi più forti, abusi, violenze dei genitori, e anche pensando a sé, figlio di genitori deportati e uccisi in campo di concentramento. Suo padre era ucraino: «Spesso i bambini che vivono nei paesi in guerra si adattano grazie al gioco. Giocano alla guerra, e poi sono i cattivi che perdono; è un modo per controllare l’angoscia. Ma i grandi, le madri i padri, loro dovranno parlare. Dovranno spiegare, raccontare». Tra le cronache piccole che raccontano in silenzio la guerra, c’è anche quella di Svetlana e dei due figli, un maschio e una femmina, 6 e 10, anni. Anche loro di Lviv. Se n’erano andati lasciando Nicolay a «difendere il paese». Sono state dieci giorni in Polonia: «Sono stati tutti buoni con noi, ci hanno offerto letti, pasti caldi, ma non ce l’abbiamo fatta». E l’altro giorno sono tornati. Tutti e tre. Da papà Nicolay. 

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