Uber, Corte Suprema dà torto al colosso americano: «Autisti sono dipendenti»

Uber, Corte Suprema dà torto al colosso americano: «Autisti sono dipendenti»
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Venerdì 19 Febbraio 2021, 12:27

Gli autisti di Uber, azienda di trasporto automobilistico privato attraverso app mobile, impiegati in Gran Bretagna vanno considerati dipendenti, non collaboratori free lance. Lo ha stabilito oggi la Corte Suprema britannica confermando il verdetto di un precedente grado di giudizio che aveva dato torto al colosso Usa dei taxi online e ragione ai lavoratori ricorrenti. La sentenza costringerà ora Uber a garantire contratti e tutele rafforzate agli autisti, come invocato da tempo da sindacati e autorità locali. L'azienda americana era già stata impegnata nei mesi scorsi in uno scontro giudiziario con il Comune di Londra, chiuso col mantenimento della licenza per Uber solo dopo diverse concessioni su sicurezza e diritti sul lavoro. 

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I giudici della Corte hanno criticato i contratti che Uber avrebbe fatto firmare ai propri autisti, affermando che «si può ritenere che abbiano come oggetto impedire a un conducente di rivendicare i diritti conferiti ai lavoratori dalla legislazione applicabile». La decisione della Corte britannica, emessa da un collegio di 7 giudici della massima istanza di giudizio d'Oltremanica, rappresenta una sconfitta pesante per la filosofia organizzativa di Uber, che nel Regno - in particolare a Londra - ha il suo maggior mercato europeo sia sul fronte del trasporto dei passeggeri sia su quello del delivery.

Appare inoltre un precedente in grado di avere un impatto significativo per limitare la deregulation dei rapporti di lavoro anche su una più vasta platea di aziende della cosiddetta "gig economy". «I nostri assistiti hanno lottato per molti anni anni per i diritti dei lavoratori, siamo felici che finalmente stiamo arrivando in fondo», ha commentato Nigel Mackay, avvocato dello studio Leigh Day che ha rappresentato vari ricorrenti.

Il legale ha poi ricordato come «già il tribunale del lavoro, la sua sezione d'appello e la Corte d'Appello britannica avessero sancito i diritti dei lavoratori di Uber». «Ora la Corte Suprema è giunta alle stesse conclusioni», ha proseguito, evocando a questo punto - per cominciare - la possibilità di «richieste di indennizzi per migliaia di sterline» da ciascun autista come compensazione delle mancate tutele del passato. Soddisfatto pure Mark Cairns, uno dei leader della rivendicazione fra le migliaia di guidatori di Londra: «Dopo lungo tempo, abbiamo ottenuto la vittoria che meritavamo, lavorare per Uber è stressante, era il minimo che dovessimo avere gli stessi diritti degli altri lavoratori (dipendenti)», ha affermato.

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Secondo quanto riporta il The Guardian, James Farrar, segretario generale del sindacato App Drivers and Couriers, ha dichiarato: «Questa sentenza riordinerà fondamentalmente la gig economy e porrà fine allo sfruttamento diffuso dei lavoratori per mezzo di inganni algoritmici e contrattuali. I conducenti di Uber vengono crudelmente venduti un falso sogno di infinita flessibilità e libertà imprenditoriale». «La realtà è stata una retribuzione illegalmente bassa, orari pericolosamente lunghi e un'intensa sorveglianza digitale. Sono lieto che i lavoratori abbiano finalmente qualche rimedio a causa di questa sentenza, ma il governo deve rafforzare urgentemente la legge in modo che anche i lavoratori dei gig possano avere accesso all'indennità di malattia e alla protezione dal licenziamento ingiusto».

Frances O'Grady, il segretario generale del TUC (Confederazione che unisce i sindacati del Regno Unito), ha dichiarato: «Nessuna azienda è al di sopra della legge. Uber deve rispettare le regole e smettere di negare ai suoi conducenti i diritti fondamentali sul lavoro. Questa sentenza è una vittoria importante per i lavoratori della gig economy. Il finto lavoro autonomo sfrutta le persone e consente alle aziende di eludere il pagamento della loro giusta quota di tasse».

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