Sequestri a casa Trump perché i «segreti di Stato sono a rischio». Le ragioni del mandato di perquisizione

Nei documenti i dati degli uomini dell’intelligence all’estero

Sequestri a casa Trump, «segreti di Stato a rischio». Nei documenti i dati degli uomini dell intelligence all estero
di Anna Guaita
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Sabato 27 Agosto 2022, 00:55

Sono solo 38 pagine, e una buona metà è oscurata, ma ieri la pubblicazione dell’affidavit del Dipartimento della Giustizia ha fatto capire quanto l’Fbi considerasse seria la situazione dei documenti presidenziali che Donald Trump aveva portato con sé e ammassato nelle cantine della sua villa in Florida. L’affidavit è la spiegazione legale presentata dal Dipartimento della Giustizia a un giudice per ottenere il via libera al mandato di perquisizione da parte dell’Fbi nella tenuta dell’ex presidente. Vi sono elencati i motivi per cui si sospettava l’esistenza di crimini e l’urgenza di un intervento. Nonostante le molte parti cancellate nelle 38 pagine, si capisce che dalla consegna di una parte della documentazione nei mesi precedenti, l’Fbi aveva accertato che lasciando lo Studio Ovale il 20 gennaio 2021, Trump aveva portato con sé una grande quantità di documenti che dovevano per legge rimanere affidati agli Archivi Nazionali. Fra questi documenti ce n’erano 184 di alto livello di confidenzialità, inclusi alcuni che avevano la potenzialità di esporre fonti clandestine a rischi mortali, di rivelare metodi di intercettazione e sistemi di spionaggio. In particolare l’Fbi ha temuto per i documenti che riguardavano la cosiddetta HumInt, cioé Human Intelligence, lo spionaggio umano, quello che la Cia fa segretissimamente in paesi stranieri nemici. Capita spesso che rapporti top-secret di qualche agente che riferisce di informazioni ottenute da fonti locali, arrivino sulla scrivania del presidente. Come si capisce, se quei documenti venissero resi pubblici, magari trasmessi su Wikileaks, sia gli agenti che le fonti sarebbero a rischio di vita.

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L’AVVOCATO

Dall’affidavit si deduce che l’avvocato di Trump aveva sostenuto che quelle carte erano state desegretate dall’allora presidente, ma si tratta di una spiegazione inaccettabile in quanto il potere di desegretazione non si estende a questo genere di informazioni. A convincere il giudice a concedere all’Fbi il diritto di perquisizione e requisizione ha contribuito anche un altro elemento, sempre spiegato nell’Affidavit, e cioè che Trump non aveva neanche provveduto affinché le scatole che si era portato a casa fossero conservate in luogo sicuro. C’era dunque urgenza di intervenire. Ma dal documento risaltano anche altre informazioni che sgomentano, ad esempio che il Dipartimento della Giustizia ha portato al gran giurì numerosi testimoni, ma alcuni di questi avrebbero subito minacce e intimidazioni dai fedeli di Trump. Per il dipartimento di Giustizia questi precedenti spiegano il perché di tanti omissis: le informazioni nell’affidavit potrebbero portare all’identificazione degli altri testimoni, che potrebbero essere soggetti a «ritorsioni, intimidazioni o molestie e persino minacce alla loro incolumità fisica».

 


IL DOCUMENTO

La lettura del documento contribuisce fra le altre cose a screditare la difesa dell’ex presidente, che ha sostenuto che la perquisizione era un «atto inutile» perché lui stava «collaborando»: l’elenco dei numerosi contatti, pressioni, richieste cadute nel vuoto prima da parte degli Archivi Nazionali, poi del Dipartimento della Giustizia e dell’Fbi rende chiaro che c’era stata invece ben scarsa collaborazione.

L’affidavit è stato reso noto ieri per decisione dello stesso giudice che aveva firmato il mandato di perquisizione dello scorso 8 agosto. Normalmente gli affidavit vengono resi pubblici solo quando un’inchiesta giunge alla conclusione, ma in questo caso il giudice Bruce Reinhart ha giudicato che ci fosse «un alto interesse del pubblico» a conoscere i fatti, e ne ha chiesto la pubblicazione, protetta però dagli omissis. Ieri il Paese non parlava d’altro, e il Nesw York Times ha invocato senza più peli sulla lingua che Trump venga sottoposto a incriminazione. Ma non è affatto chiaro se il resto degli americani la pensi allo stesso modo. Gli amanti dei complotti si sono subito lanciati sui social per sostenere che tutti gli omissis nascondevano chissà che. Trump si è difeso accusando l’Fbi di aver voluto fare «una mossa di pubbliche relazioni». Dal canto suo il presidente Joe Biden ha rifiutato di interferire. Ai giornalisti che gli chiedevano se la sicurezza nazionale sia stata minacciata dal comportamento del suo predecessore, Biden ha risposto: «Lasceremo che sia il Dipartimento di Giustizia a determinarlo», in un tentativo fin troppo palese di sottolineare quanto la sua presidenza, proprio a differenza di quella di Trump, rispetti l’indipendenza della magistratura.

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