DONALD TRUMP

Usa, Trump e l'ira in tv sul muro: «Un'emergenza nazionale». Erdogan non riceve Bolton

Mercoledì 9 Gennaio 2019 di Anna Guaita

NEW YORK Sapeva che l'opinione pubblica si stava allontanando da lui, e così ha deciso di rivolgersi direttamente al Paese, per cercare di convincerlo. Ieri sera Donald Trump ha fatto ricorso al solenne appuntamento del discorso alla Nazione per spiegare la «crisi umanitaria e di sicurezza», che a suo giudizio attanaglia il confine meridionale degli Usa. La crisi, sostiene il presidente, può essere solo arginata con la costruzione di un muro, come ripete da mesi.
 


LA PROMESSA
Gli americani ci credono sempre di meno, e la nuova maggioranza democratica alla Camera non intende finanziare il gigantesco lavoro che il presidente aveva promesso sarebbe stato pagato dal Messico. L'impasse ha portato al parziale shut down delle attività governative, giunto al 18esimo giorno. Ma come è suo solito, Trump ha sconvolto le carte, e continuerà a sconvolgerle quando domani si recherà di persona alla frontiera. Il suo contrattacco, che potrebbe sfociare addirittura con la dichiarazione dello stato di emergenza, è stato rintuzzato dai democratici che ieri sera hanno chiesto e ottenuto per la loro risposta dai network tv gli stessi otto minuti che avevano concesso al presidente. Tutti comunque si auguravano che Trump non cadesse nella solita abitudine di distorcere la verità, come sta facendo sul confine, dove invece che una crisi si registra un drastico costante calo dei clandestini, anno dopo anno. La tendenza di Trump ad annunciare cambiamenti e iniziative senza averle prima preparate con i consiglieri sta ad esempio complicando la situazione già tesa del Medio Oriente. Lo scorso 19 dicembre il presidente aveva twittato che l'Isis in Siria era stato sconfitto e quindi le truppe sarebbero subito tornate in patria. Da allora la posizione è stata modificata, e due dei ministri più importanti rimasti nell'Amministrazione, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il segretario di Stato Mike Pompeo, sono stati spediti nel Medio Oriente per porre un cerotto alla ferita aperta dalle parole affrettate di Trump. Ma finora il problema più grave non trova soluzione: un ritiro delle truppe americane lascerebbe indifesi i gruppi combattenti curdo-siriani, che per quattro anni hanno lottato fianco a fianco con gli americani, riportando perdite a migliaia. I curdi siriani sono visti dai turchi come un'emanazione del PKK, il partito indipendentista curdo turco, che è considerato un gruppo terrorista. Il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton è andato ad Ankara per convincere Erdogan a non attaccare le truppe curde siriane, ma il presidente turco non lo ha neanche ricevuto. Anzi, Erdogan ha fatto presentare a Bolton dal proprio portavoce una precisa richiesta, per cui quando gli americani se ne andranno dalla Siria del nord, dovrebbero consegnare alla Turchia le 16 basi che vi hanno aperto durante la guerra contro l'Isis.

LA MINACCIA DELL'ISIS
Insomma, la missione di Bolton, mirata a proteggere i fedeli alleati curdi, si è risolta con un buco nell'acqua, tant'è che i curdi, temendo di finire vittime di una pulizia etnica, hanno contattato il dittatore siriano Bashir al-Assad, chiedendo a lui protezione. Un simile passo non può che causare soddisfazione ai russi e agli iraniani, che sostengono il regime di al-Assad. E sta a Pompeo, partito per un lungo viaggio nei Paesi confinanti della regione, convincerli che la politica Usa non ignora che «l'Isis rimane la più grave minaccia della regione», e che l'espansionismo iraniano viene subito dopo.

Ultimo aggiornamento: 09:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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